Ucciso perché felice: Il frutto avvelenato di una società che concepisce solo l’astio e il risentimento

Si aprono nuove piste per l'omicidio di Stefano Leo, ucciso perché "era felice", un omicidio simbolo della violenza che pervade la società

Stefano Leo

Stefano Leo

Giuseppe Costigliola 3 aprile 2019

“L’ho ucciso perché aveva un’aria felice”. Ci avevano detto che queste agghiaccianti parole le aveva pronunciate l’assassino di Stefano Leo, per giustificare un delitto assurdo, l’ennesimo delitto insensato. Ora, con torva gioia dei media e degli insaziabili affamati delle turpi vicende umane, paiono spuntare nuove piste, nuove motivazioni che se accertate darebbero un senso diverso all'insana vicenda: non già il gesto di un folle, ma la premeditazione di un killer che ha pianificato un omicidio. E nell'attesa spasmodica di “fare luce” sulla vicenda di Torino, si percepisce la volontà di un corpo sociale che non vede l’ora di autoassolversi, come se la "razionale” motivazione di un omicidio fosse cosa più accettabile, e in qualche modo ripulisse le coscienze di tutti. Del resto, avviene sempre così.


Ma una società sana, non avvelenata dall’aria di mefitica violenza che la ammorba come una nube tossica, dovrebbe fermarsi a riflettere sulla propria identità. Una società che conserva una scintilla d'umanità tenterebbe con vigore di comprendere i reali motivi che provocano con inquietante frequenza episodi del genere, gocce cinesi che aprono ferite purulente nel vivere civile, che minano alla base la condivisione d’un futuro. Davanti a casi come questi, e infiniti altri simili a questi, non ci si può rifugiare nel consueto cinismo che ascrive tali atti violenti all’alterità, alla psicopatologia, alla devianza sociale.


Una società sana metterebbe in discussione se stessa, cercherebbe un senso morale alle azioni della sua collettività, proverebbe a ricostituire il tessuto connettivo d’una dignità umana che si è disintegrata con la velocità d’un lampo in un paio di generazioni, impiegherebbe ogni energia per capire come ha fatto ad incenerire con la rapidità d’uno spaventoso incendio alimentato dalla propria follia autodistruttiva un patrimonio culturale carico di secoli, i valori e gli ideali temprati al fuoco d’una mostruosa dittatura e d’una guerra devastante di donne e uomini che avevano impegnato ogni stilla della propria vita per rifondare l'amato Paese sulle basi del diritto, della cultura, della ragione, d’una riconquistata umanità.


Ma noi non viviamo in una società sana. La società che ci avvolge come una camicia di forza è un corpo intumorato, pervaso di metastasi, con la stessa mente violenta dell’uomo che ha privato un suo simile della vita per una ragione che vogliamo credere insensata, o cui vogliamo attribuire una motivazione in qualche modo spiegabile. Quella ragione, qualunque essa sia, comunque violenta, è inscritta nel corpo corrotto della società che l’ha generata. Una società che non tollera il sorriso, il candore, l’innocenza. Una società che concepisce solo l’avversione, l’astio, il risentimento, l’antagonismo. Una società modellata a nostra immagine e somiglianza che stilla odio da ogni poro, marcisce nel pantano dei falsi miti cui ci abbeveriamo, si guasta e si corrompe nella rabbia, nell’intolleranza e nell’infelicità che continuiamo a fecondare, ciascuno a suo modo, a cominciare da dissennati uomini di stato e personaggi pubblici seminatori di rancori, disprezzo e fanatismo, leader politici fuoriusciti dal ghetto dell’idiozia che sguazzano nel marciume coi volti ghignanti, gli occhi famelici dei predatori, pronti a gettarsi come iene sui cadaveri che costellano il loro disonesto percorso. Una società in cui sopravviviamo come pesci spiaggiati, mostro dalle mille teste che divora i propri figli e li rigurgita con insoddisfatta ipocrisia – ma sì, il mondo va così, che possiamo farci?


E così continuiamo a ingurgitare il quotidiano veleno degli innumerevoli seminatori d’odio, continuiamo a spegnere la scintilla d’umano che ancora da qualche parte pur brilla, continuiamo nel nostro agire da struzzi, ad esorcizzare l’enorme sofferenza che ci sommerge rifugiandoci nel sorrisetto furbo del Fazio di turno che ci propina il suo ipocrita mondo immaginario fatto di buoni sentimenti, di zombi sopravvissuti a se stessi e di emaciata ironia salottiera buona per ogni stagione, continuiamo a illuderci delle promesse del nuovo segretario di partito di turno che le scorie della storia hanno plasmato, un nuovo benigno moloch che ci ammannisce le solite trite, consolatorie, ottimistiche parole che non incideranno d’un graffio sulla realtà, continuiamo a ballare sotto le stelle, ad accapigliarci sul caso Icardi e su Wanda Nara, continuiamo a struggerci per l’infortunio di Ronaldo, continuiamo a sognare l’ennesima sontuosa automobile che la pubblicità ci vomita senza sosta nelle nostre case fredde e impersonali, nei prosciugati rapporti umani che intratteniamo con noi stessi, con un altro da noi che percepiamo sempre e soltanto come un nemico.


Aspettando il prossimo folle omicidio, cui cercare di dare un senso.