L'infiltrazione della mafia in affari e politica: l'accusa del gip sul caso Arata

Lo scrive il gip Guglielmo Nicastro che ha firmato la misura cautelare che ha portato in carcere anche il figlio di Arata, Francesco.

Vito Nicastri

Vito Nicastri

globalist 12 giugno 2019

Negli affari degli impianti eolici tra Paolo Arata, l'ex consulente della Lega arrestato all'alba di oggi per corruzione, e l'imprenditore Vito Nicastri, anche lui finito in manette nella stessa operazione, ci sarebbe un "elevato rischio di infiltrazioni di Cosa nostra". Lo scrive il gip Guglielmo Nicastro che ha firmato la misura cautelare che ha portato in carcere anche il figlio di Arata, Francesco.
«Io nel 2015 ho dato trecentomila euro a tuo papà, basandomi su un rapporto di fiducia, ed è stato il più grande errore della mia vita era dicembre 2015 quando io vi ho dato i soldi. Siamo arrivati, dove siamo arrivati perché tuo papà, io venivo qua e gli dicevo: ma scusa Vito...: ah no, non me ne occupo... ma come non te ne occupi, io ti ho pagato e non te ne occupi?». E’ Paolo Arata, 69 anni, che parla, rivolgendosi a Manlio Nicastri, il figlio dell’imprenditore Vito, noto come il «re dell’eolico».


Questa è una delle intercettazioni rese note, ad aprile, in seguito al decreto di perquisizione emesso dalla Procura ed eseguito dalla Dia di Trapani, nella prima parte dell’inchiesta.


Arata è uno degli indagati dalla Procura di Palermo - oggi finito agli arresti assieme al figlio Francesco, allo stesso Vito Nicastri e al figlio Manlio - che sta portando avanti una inchiesta che riguarda un giro di «mazzette» nell’ambito dei progetti relativi alle energie alternative.


Secondo la Dia di Trapani, che svolge le indagini coordinate dall’aggiunto Paolo Guido e dal sostituto Gianluca De Leo, «plurime acquisizioni provenienti da servizi d’intercettazione telefonica e ambientale consentono, infatti, di poter affermare che Nicastri è socio occulto, partecipandone alla gestione, di alcune società operanti nel settore delle energie rinnovabili formalmente riconducibili al faccendiere romano di origini genovesi Paolo Arata e al figlio Francesco Arata».


Qualche mese prima, invece, Paolo Arata si «sfoga» con Manlio, figlio di Vito Nicastri: «Papà (Vito Nicastri, ndr) mi ha fatto scrivere una carta che la società è sua al metà per cento... le carte ce l’ha dal notaio. Però non ha tirato fuori una lira, neanche di Solcara, ed erano soldi che mi dovreste dare quali soluzioni abbiamo adesso alla cosa? Ne abbiamo due di soluzioni... una, che io devo portare la tariffa al massimo livello, oggi in parlamento c'è la legge sulla ... eh... come si chiama... e non procedura, va be, c'è...».
Nicastri, tramite il figlio Manlio, da casa parla al telefono per «sbrogliare» i suoi affari ed, in alcuni casi, lo fa «direttamente» dal balcone. In almeno due occasioni - il 5 agosto e 28 agosto scorsi - la Dia immortala fotograficamente Vito Nicastri che discute, dal balcone, con suo figlio Manlio e Francesco Paolo Arata (figlio di Franco). In alcuni casi ci sarebbe stato anche un passaggio di carte e documenti che viaggiavano attraverso un «paniere»che veniva calato all’occorrenza. Paniere che è stato rinvenuto nel corso della perquisizione effettuata dalla Dia nella casa alcamese di Nicastri.