I gesuiti sul decreto sicurezza-bis: "Mettetevi nei panni dei migranti forzati"

Padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli: "Sofferenza per le persone strumentalizzate e costrette ad attendere in mare giorni e giorni prima per l'ennesimo braccio di ferro".

Migranti -immagine d'archivio

Migranti -immagine d'archivio

globalist 22 luglio 2019
Vale sempre il proverbio popolare mutuato dal Vangelo: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.
E quindi bisogna "Cambiare prospettiva", "mettersi nei panni dei migranti forzati che sono dall'altra parte del confine, o meglio nei panni di chi questo confine lo vive e lo subisce".
Lo sottolinea padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, nella newsletter dedicata alla questione migranti e al decreto sicurezza-bis. "Non nascondo - segnala - in queste settimane profondo senso di disagio di fronte all'accadere ripetuto di episodi in cui si sono scontrate Ong e Istituzioni sul soccorso e salvataggio in mare; forte perplessità di fronte al decreto sicurezza-bis; sofferenza per le persone ancora una volta strumentalizzate e costrette ad attendere in mare giorni e giorni prima che si consumasse l'ennesimo braccio di ferro".
Dice padre Ripamonti: "Sentire denunciare chi soccorre in mare per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina; sentir dichiarare che i porti rimangono chiusi, per non fare il gioco dei trafficanti di uomini, quando questi con vie alternative (attraverso la rotta del Mediterraneo orientale e occidentale o con modalità diverse, quali barchini e navi madre) portano lo stesso a termine i loro traffici, mi pare non aiuti a comprendere la complessità dei fatti. In questa confusione, mi trovo spesso a ripetere una domanda: il Centro Astalli da che parte sta? Rispondere è un esercizio che aiuta a fare chiarezza".
"In una disputa che vede i contendenti fronteggiarsi ancora un volta su due posizioni contrapposte, ideologicamente e surrettiziamente inconciliabili, è sempre più urgente ribadire da che parte stiamo. Eppure - dice padre Ripamonti -ciascuna di queste posizioni ci vede solo da un'unica parte del confine, la nostra. C'è invece una posizione che forse diamo per scontata, totalmente diversa, e per questo più scomoda: è la posizione che ci obbliga a cambiare prospettiva perché chiede di mettersi nei panni dei migranti forzati. Questa è la posizione nella quale dovremmo cominciare a metterci: fuori da ogni nostra, e sottolineo nostra, prospettiva. Che è comunque sempre dall'altra parte del confine".