Dal Mediterraneo alla Siria, non è un mondo per bambini

Di qualunque guerra si tratti, a farne le spese sono sempre i bambini. Oggi altri cadaveri, altri morti, altre vite che non avevano nemmeno iniziato a vivere spezzate senza ragione.

Un bambino vittima della guerra

Un bambino vittima della guerra

Onofrio Dispenza 17 ottobre 2019
Prendendo in prestito e parafrasando il più conosciuto dei libri della Fallaci, ciascuno di noi dovrebbe provare a scrivere una lettera al bambino appena nato. Quel piccolo senza vita che uomini forti e temprati dalle sciagure hanno recuperato oggi al largo di Lampedusa. Uomini che hanno pianto per quel piccolo senza vita, fragile come un bambinello disarticolato. Una immagine che i sub della Guardia Costiera si porteranno negli occhi per tutta la vita. Il piccolo tra le braccia della mamma era uno delle decine di vittime della barca naufragata che aveva già contato 13 vittime, tra queste una donna incinta e una bambina di 12 anni. Oggi gli altri corpi recuperati, altri ancora da recuperare, altri da individuare, perchè è certo che in quel tratto di mare - come hanno raccontato i superstiti - morti ce ne sono ancora.
Il Mediterraneo oggi era quieto, quasi volesse agevolare la pietà degli uomini al lavoro attorno al relitto. Rodolfo, viso da militare, al comando della squadra di sub, ha detto che "ad una cosa così non si è mai preparati", ha detto che quel che ha vissuto è stato un colpo al cuore.
Ecco, un colpo al cuore. È questo che deve essere per ciascuno d noi l'immagine di quel relitto, di quei corpi come sospesi, quasi scena filmica, ed invece crudissima realtà.
Dal fondo del Mediterraneo alla Siria si potrebbe pensare che la distanza sia tanta, non solo geograficamente parlando. Ed invece i bambini e le donne morti nel mare che divide (e che invece era stato pensato per unire) il Sud dal Nord del mondo sono maledettamente vicini alle donne, ai bambini e agli uomini tutti che in queste ore muoiono atrocemente in Siria e lungo il confine con la Turchia, con Erdogan che mostra denti e tacchi chiodati, che mette in campo e libera in cielo armi spietate. Mediterraneo e Siria, due immagini di un terribile caleidoscopio dell'orrore. Qui e là, vittime di guerre, anzi della stessa guerra, quella che oppone, ieri come oggi, i forti e i deboli. Coi deboli destinati a soccombere, a implorare aiuto, spesso inascoltati, per essere poi pianti magari, perchè la generosità è cosa rara, l'ipocrisia abbondante. Quel che sta accadendo in Siria è insopportabile, nuovo capitolo di una strage a più atti, rappresentazione oscena di una tragedia scritta a più mani, con diversi sceneggiatori, attori. E complici accanto a primi attori. Le armi sono da sempre un buon affare e un buon motivo. Altri giorni siriani ci avevano già mostrato il capitolo più spietato, bambini violentati nella loro fragilità, affamati, feriti, bruciati da armi sadiche, mutilati, resi orfani se non fatti a brandelli. Niente più casa, niente famiglia, solo lunghe fughe disperate. Orrore che si ripete, con una diplomazia ancor più offensiva di prima perchè scivolata in un ridicolo che cozza con l'atrocità degli accadimenti. Non è davvero un mondo per bambini, il mondo sembra volersene proprio sbarazzarsene, evirarsi per negarsi un futuro. E la cronaca continua ad essere un album degli orrori, un horror che ci spinge a chiudere gli occhi. E invece, dobbiamo sgranarli gli occhi, indignarci e scandalizzarci, vomitare e farci urlare. Che "L'urlo" di Munch sia il selfie di ciascuno di noi.