Montaperto, dove la nuova emigrazione ha reso impossibile il presepe vivente

Nel paesino alle porte di Agrigento ormai svuotato mancano i figuranti per realizzare quello che era diventato un appuntamento.

Presepe

Presepe

Onofrio Dispenza 6 dicembre 2019
Come interpretare quel che accade in queste ore in un piccolo borgo siciliano? Una metafora da paura? Un monito divino? Una sorta di epifania a rovescio, l'annuncio di tempi tristissimi e di "desertificazioni", non solo umane e fisiche?
La nuova emigrazione che svuota i paesi del profondo Sud fa saltare l'antica tradizione del presepe vivente. Maria e Giuseppe - nella realtà due giovani meridionali - andati lontano per cercarsi un lavoro, indisponibilità dei re magi e di tante altre figure che a Natale trasformavano il piccolo borgo di Montaperto, alle porte di Agrigento, in una commovente riproposta di quella lontana notte che vide il figlio di Dio farsi bambino, in una grotta, magari con le pareti di tufo giallo oro, come si trova in queste campagne, su questa colina che guarda il Mediterraneo.
Il presepe vivente di Montaperto era un appuntamento fisso da undici anni. Il paese è piccolo, poco più di 400 anime all'ultimo censimento, a rileggerlo oggi sicuramente si dovrebbero depennare molte altre presenze. Dalla vicina Agrigento, ogni giorno partono autobus pieni di giovani, per la Francia, la Germania, il Belgio, la Svizzera. Viaggi lunghi e faticosi, abbordabili col bus, impossibili con l'aereo. E gli autobus continuano a partire. Le partenze per bisogno da queste parti sono l'unica cosa in crescita, per il resto, la tendenza delle classifiche tende a stagnare in basso: occupazione, livello e qualità della vita. C'è chi si ribella, ma non basta.
Le Sardine si annunciano anche in queste piazze diffidenti, ci sono giovani che si sono organizzati ribaltando il vecchio detto "Cu nesci, arrinesci", chi va via ha qualche possibilità di riuscire nella vita. Il movimento, per questo, lo han chiamato "Cu resta, arrinesci". Movimento ai primi passi, forse troppo timido, senza rivolte. Qui la politica è vecchia e distante, sterile come può esserlo un terreno senza braccia e senza acqua. Per alcuni partiti che dovrebbero intestarsi il cambiamento, più che un Natale suonano le note tristi della settimana di passione.
Facile il disincanto, con la rabbia che fa capolino su una scena desolante. E così Montaperto si svuota, si ritrova incapace a raccogliere quelle decine di figuranti indispensabili al presepe vivente, a far rivivere quei mestieri che attorno alla grotta proponevano pratiche sempre più rare: il pastore che prepara la ricotta, il calzolaio, il venditore di meloni gialli, un prodotto gustoso e profumato di questa zona, che qui ha pure una sagra. Tutto sospeso, rinviato, nella speranza che il corso delle cose cambi, che qui, alla fine delle pene, ci sia una vera Epifania.