La grande fuga dalle zone rosse del nord? Totale mancanza di responsabilità

Comportarsi come se nulla fosse può servire per esorcizzare la paura è comprensibile ma la gravità dell’attuale situazione impone maturità senza precedenti e senso di responsabilità

Intercity partito da Milano

Intercity partito da Milano

Chiara D'Ambros 8 marzo 2020
Siamo in una situazione senza precedenti. Le città sono silenziose e ovattate come quando nevica forte ma se guardiamo dalla finestra vediamo invece un cielo indisturbato. Sotto quel cielo l’aria è elettrizzata da un’inquietudine sospesa ma non in assoluto, perché in certi luoghi tutto scorre come nulla fosse. Le persone si incontrano, si baciano e abbracciano come prima del 23 febbraio, quando è stato riscontrato a Codogno il primo caso grave di Covid19, dopo che l’epidemia si è diffusa, dopo che sono stati dei decreti legislativi restrittivi sul contatto fisico.
Comportarsi come se nulla fosse può servire per esorcizzare la paura dell’inevitabile, in alcuni casi è comprensibile, ammissibile ma la gravità dell’attuale situazione impone una maturità senza precedenti e un senso di responsabilità che forse non abita più sistematicamente la nostra società e, di conseguenza, le nostre città, da troppo tempo.
Quel senso di responsabilità che nasce dalla consapevolezza del senso del limite, del riconoscere cosa è davvero importante in alcuni momenti cruciali.
Circolata la bozza del decreto che prevedrebbe l’istituzione della zona rossa in alcune grandi aree del nord, la totale mancanza di senso di responsabilità si sta manifestando tra le corse e i passi affrettati di migliaia - si migliaia - di persone che sono partite dalle zone rosse per tornare a casa al sud. Sembra non esserci nessuna consapevolezza che potrebbero portare con sé il virus e far ammalare le proprie famiglie, i propri cari di una malattia per cui non ci sono farmaci, il cui decorso “dipende prevalentemente dal nostro organismo. Noi possiamo solo supportarlo quando non ce la fa più. Si spera prevalentemente che il nostro organismo debelli il virus da solo, diciamola tutta. Le terapie antivirali sono sperimentali su questo virus e impariamo giorno dopo giorno il suo comportamento”, come è stato più volte detto, e come ha testimoniato in questi giorni un medico della prima linea
Grazie ai social abbiamo testimonianze di decine di medici che denunciano la quantità di persone che si trovano a dover assistere, non numeri della protezione civile, ma esseri umani in carne e ossa. Troppi sono i casi in cui manca il respiro per poter restare su questa terra e devono essere intubati, assistiti in ambienti sterili in cui i gesti più semplici di cura e conforto nel dolore possono passare solo mediati da guanti di lattice e visiere, senza abbracci, n’è carezze, senza che nessun caro possa loro prendere la mano.
La capacità di sdrammatizzare è molto importante per la vita, per la qualità stessa dell’esistenza ma questa situazione chiede di mettere al centro un valore da riscoprire: il rispetto. È necessario avere rispetto dei più deboli, che sicuramente sono più esposti, ma non sono i soli a essere in condizioni gravi. È di ieri la testimonianza di un signore che stava per entrare in ospedale a Crema per portare gli apparecchi acustici del padre ricoverato per coronavirus ma in via di guarigione, mentre un suo amico di 57 anni stava lottando, intubato, in terapia intensiva.
Comportamenti responsabili sono necessari per rispetto dei medici, che sono pochi, sotto organico per mille ragioni e responsabilità politiche che sarà importante affrontare in un secondo tempo, ma che attualmente hanno bisogno del nostro aiuto nel contenimento dei casi.
C’è necessità di rispettare le regole, lo spazio tra uno e l’altro e il tempo, elemento necessario per lo sviluppo di tutte le cose, per capire, per avere le coordinate all’interno delle quali sviluppare e sperimentare le nostre esistenze.
Il tasso di mortalità a causa del Covid 19 non è alto, il problema è la rapidità di diffusione che aumenta il caso di contagi, come è stato più volte sottolineato, e se i casi lievi saranno milioni, quelli gravi si stima potrebbero arrivare a centinaia di migliaia.
Non capita solo all’altro. Come è stato spesso ricordato in questi giorni citando Camilleri: “l’altro siamo noi”.
Questa situazione ci chiede un ribaltamento del modo con cui guardiamo le cose: prioritario pensare oltre che al proprio intimo, al collettivo, pensarci parte di una cosa più ampia, una società che prevede cure gratuite per tutti, anche questo non è scontato! Riconoscerne il valore forse comporterebbe maggiore rispetto non solo della propria salute ma anche della salute pubblica. Le due cose mai come oggi, nella Storia recente del nostro Paese, sono state connesse.