La proposta dei virologi di Torino: "Un test del sangue per capire chi è immune al Covid-19"

Secondo i virologi, tracciare chi ha sviluppato gli anticorpi potrebbe liberare una parte della popolazione che ha già superato l'infezione senza saperlo

Coronavirus

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globalist 28 marzo 2020

I virologi veterinari del Dipartimento di Scienze Veterinarie dell'Università di Torino lanciano una proposta: "un test sierologico per identificare i soggetti che, avendo superato l’infezione asintomatica, potrebbero risultare immuni da successive infezioni e rappresentare quella fetta di popolazione dalla quale ripartire". 

"Nel nostro stesso piano al Dipartimento" scrivono su Avvenire, "condividiamo gli uffici con esperti di epidemiologia, immunologia, batteriologia, biologia molecolare, biostatistica ed ospitiamo uno spin-off, la 'in3diagnostic', che sviluppa test per le malattie degli animali. Lo scambio di idee e la condivisione delle conoscenze, che non sempre si manifesta all’interno della comunità scientifica, è un grande vantaggio"


"Ma veniamo alla nostra ipotesi. Se da più parti si consolida l’opinione che circa l’80% delle persone contrae una forma di Covid-19 asintomatica, allora vorrebbe dire che, ad oggi, circa 250.000-300.000 persone hanno già brillantemente superato l’infezione naturale. Queste persone, in altri termini, hanno sconfitto il virus con il loro sistema immunitario. La speranza, tutta però da verificare, è che siano resistenti a successive infezioni con lo stesso virus, almeno per un certo periodo. Se Covid-19 non seguisse questa regola, allora sarebbe inutile parlare di vaccino, perché questo conta sul fatto che il nostro sistema immunitario impara e ricorda. Se la vediamo da un altro punto di vista, tornando all’80% di prima, è come se questi “fortunati” cittadini, avessero vinto un biglietto della lotteria: è come se si fossero vaccinati con il miglior vaccino possibile (almeno per loro) ovvero un’infezione per via naturale (la mucosa del naso), asintomatica (senza effetti indesiderati) e una robusta risposta immunitaria nelle sue diverse forme (immunità locale, immunità anticorpale e immunità cellulo-mediata)". 
"Se cominciamo a cercare nel sangue delle persone gli anticorpi verso le proteine virali possiamo intercettare con rapidità tutti i sieropositivi e identificare una fascia della popolazione a cui potrebbe essere consentito di riprendere, prima di altri, l’attività lavorativa, facendo leva sull’immunità di popolazione di cui si è tanto dibattuto. Il primo pensiero per noi andrebbe al personale sanitario. È giusto che questa fascia a rischio pretenda il tampone, ma ricordiamoci che un esito negativo al tampone non dice se quella persona non si è ancora contagiata o se ha già superato l’infezione ed è tornata negativa per il virus. Invece la presenza di anticorpi consentirebbe di classificare il personale “immune” e, pur con tutte le cautele del caso, consentire loro di esercitare l’attività lavorativa con maggiore serenità. Seguirli nel tempo consentirebbe inoltre di verificare l’ipotesi di una immunità protettiva e la sua durata, individuando una delle tante strade che potrebbero portarci fuori da questo incubo".
Spiegano ancora i virologi: "Per creare gli anticorpi bisogna avere il virus, che dovrebbe essere messo a disposizione da chi lo ha isolato, ma per fortuna, oggi, le tecniche di ingegneria genetica ci consentono di produrre le proteine virali nei batteri o in cellule di mammifero, senza manipolazioni rischiose".