Siamo gay, siamo persone, siamo liberi: e ci siamo rotti di "farlo a casa nostra"

L’omofobia è insidiosa: ti entra dentro e non è qualcosa di cui puoi liberarti facendo coming out.

Omofobia

Omofobia

Giuseppe Cassarà 17 maggio 2020
Chiunque sia omosessuale ha avuto a che fare con atteggiamenti omofobi: le prese in giro a scuola, a casa, la paura costante di veder maturare dentro di sé desideri che non sono come gli altri, l’impulso di reprimerli e di nasconderli e di vivere nell’ombra. 

L’omofobia è insidiosa: ti entra dentro e non è qualcosa di cui puoi liberarti facendo coming out. Era quello che pensavo, banalmente, quando mi sono deciso a uscire allo scoperto, e mi sono dovuto ricredere: le paure non scompaiono nel nulla. Quando esci per strada, magari per mano con un ragazzo, l’ansia di incontrare un branco di balordi pronto a picchiarti c’è sempre; la preoccupazione dei genitori che ti dicono ‘stai attento’ quando ti vedono uscire è intrisa di una sfumatura in più, di un timore di cui molti farebbero a meno. Anche noi stessi, alle volte. Non esiste omosessuale al mondo che, almeno una volta, non abbia pensato ‘ma perché non sono nato etero?’. Perché essere pride è un mestiere a tempo pieno ed è molto difficile, anche perché c’è il rischio che il tuo essere gay finisca con il definire tutta la tua vita. Sei gay, quindi devi andare ai Pride, devi interessarti di diritti civili, devi essere di una certa fede politica, ti deve piacere certa musica, certi film. 

L’omofobia è un costrutto culturale che riguarda tutti, persone Lgbt ed eterosessuali, trans e cisgender. L’omofobia convince i genitori che il blu sia un colore da maschietti e il rosa da femminucce, che i bambini non possano piangere mentre le bambine sì, che se due uomini si abbracciano è strano, mentre se due donne si abbracciano è eccitante. Perché, ovviamente, l’omofobia è espressione di una società costruita intorno ai vizi degli uomini eterosessuali, che non si rendono conto di esserne a loro volta vittime. La società omofoba non ammette debolezza o fragilità, ripudia il femminile, è violenta verso ciò che non comprende, soffoca con la forza ciò che percepisce come debole. L’omofobia castra l’animo umano, di tutti gli umani, ed è mostruoso come sia tacitamente accettata. 

L’ultimo sondaggio dell’Istat sulla comunità omosessuale in Italia risale al 2011. All’epoca, sono state stimate poco più di 7.000 coppie dello stesso sesso, una cifra che ovviamente non ha nulla a che vedere con la realtà. Come ha scritto Libero in uno dei suoi titoli più surreali, ‘Calano fatturato e Pil ma aumentano i gay’. Ed è vero, in fondo: il numero di persone che ha fatto coming out nell’ultimo decennio è aumentato, si è abbassata l’età in cui le persone hanno ammesso di essere omo-bisessuali (per le persone trans il discorso, purtroppo, è del tutto diverso). Sempre secondo quell’unica indagine, le persone omosessuali in Italia sono 1 milione. Decisamente meno rispetto alla cifra reale. Ma prendiamola per buona, per quanto possa essere improbabile: lo Stato italiano consente a questo milione di persone di unirsi civilmente, ma non di avere figli. Per poter avere una famiglia, le persone omosessuali italiane devono andare all’estero, spendere migliaia di euro (se non cifre maggiori) per svolgere procedure che in Italia sono per loro vietate (fecondazione in vitro, gestazione per altri, procedure di cui tra l’altro usufruiscono in maggioranza coppie eterosessuali) per poi tornare in Italia e rischiare di non vedere riconosciuti i propri figli. Questo implica due cose: se sei gay puoi fare un figlio se sei molto, molto ricco; che lo Stato italiano dice a un milione di persone che non hanno diritto ad avere una famiglia. Perché? 

I motivi sono tanti, forse troppi. C’è un substrato cattolico che in questo paese continua ad avere fin troppo potere e che ha inquinato il dibattito sull’omosessualità sin dal principio. Gli omosessuali italiani devono vivere nella terra del Vaticano, in un paese dove la Chiesa ha sempre avuto troppo potere all’interno dei palazzi dello Stato laico, dove le opinioni di preti, cardinali, pontefici e dell’ultimo dei chierichetti sono sbattute in prima pagina mentre quasi mai si riporta l’opinione degli interessati. 

C’è tutta la politica italiana, che percorre da sempre la strada del ‘fallo a casa tua’: noi omosessuali, visto che ormai è evidente che esistiamo, dobbiamo almeno avere la decenza di non rompere troppo i coglioni. E questa è l’opinione condivisa da molti, per il brutto vizio del benaltrismo che è tipico del nostro paese. C’è sempre qualcosa di più importante. 

Ma è importante che in questo paese non esista una legge contro l’omo-bi-transfobia. È importante che il 10% degli studenti italiani sia ‘contro’ l’omosessualità. È importante che nella classifica di Ilga Europa sui paesi più avanzati sul tema dell’omosessualità l’Italia sia al 35esimo posto su 49. È importante che l’Italia, ogni giorno, discrimini ben più di un milione di suoi cittadini. 

Soprattutto, è importante perché ci siamo stufati di ‘farlo a casa nostra’. Ci siamo stufati di essere invisibili. Di vedere tollerati odio, violenza, discriminazione. Di chiederci se riusciremo a trovare una casa con i nostri compagni perché forse il padrone di quell’appartamento non la vende ai gay. Stufi di domandarci se i colleghi a lavoro ci guarderebbero in maniera diversa se facessimo coming out. Stufi di dover fare attenzione quando siamo per strada, stufi di dover vivere come una punizione la nostra sessualità, stufi di dover essere definiti dalla nostra omosessualità. Stufi del ‘sei gay, quindi…’: quindi cosa? Siamo prima di tutto persone. Persone cui questo società, ogni giorno, dice come dovremmo vivere per non disturbare troppo i cosiddetti ‘normali’.