Morte di Willy: possibile la pietà (ma non il perdono) per i malvagi?

Diceva Spinoza che l’odio alimenta odio e che l’odio si vince con la sua passione contraria, l’amore: gli assassini si sono illusi che la strada della violenza potesse essere quella vincente

I fratelli Bianchi accusati della morte di Willy

I fratelli Bianchi accusati della morte di Willy

Antonio Rinaldis 10 settembre 2020

L’assassinio di Willy, ucciso al termine di un pestaggio, da quattro esemplari puri di giovane italiano palestrato, violentemente ignorante, consumista e privo di alcuna morale se non quella della sopraffazione, forse persino fascisti, perché al peggio non c’è mai fine, ha scatenato reazioni molto differenti, naturalmente soprattutto in quella terra di nessuno che sono diventati i social media.


Da una parte il silenzio assordante della Destra politica e culturale, in evidente imbarazzo di fronte a quattro individui più realisti del Re, difficilmente giustificabili, che uccidono con una tecnica squadrista un giovane di colore, buono e onesto, a cui non si può davvero rimproverare nulla, se non un eccesso di altruismo, e dall’altro la ridda di commenti violenti e insultanti di tutti coloro che si sono indignati di fronte a un episodio così squallido e riprovevole. La Destra non li può difendere, i quattro supermaschi di provincia, la Sinistra li attacca e li riempie di odio, ma forse c’è ancora un passaggio da fare, una scelta che diventa necessaria per la comprensione di quanto è accaduto.


Si tratta del cammino impopolare e controcorrente della pietà.


É indispensabile distinguere l’etica dal diritto, altrimenti le conseguenze possono essere molto gravi. Dal punto di vista del diritto e della giustizia i protagonisti di questa triste storia dovranno pagare alla società il prezzo del loro reato, e quindi nessun cedimento, nessuna giustificazione per un atto brutale e crudele; ma dal punto di vista dell’etica l’unico atteggiamento che ritengo sia praticabile è la pietà. Dobbiamo avere pietà per questi assassini feroci, perché l’odio e la violenza è stato il loro humus e da quella sottocultura è scaturita la morte del giovane Willy. La pietà è la risposta etica che spezza la catena dell’odio ed è veramente l’unica alternativa a una deriva di intransigenza e di incomprensione che divide la famiglia umana da sempre. Provo per i quattro sciagurati una profonda pietà, perché la loro esistenza è stata così triste e infelice da condurli al gesto più terribile che un essere umano possa compiere. Si dice sempre pietà per le vittime e certamente pietà per lo sfortunato ragazzo che ha perso la vita, ma anche pietà per i carnefici, perché hanno violentato la loro vita e quella di un innocente. 


Pietà è un sentimento molto vicino alla devozione. Siamo pietosi rispetto ai violenti perché siamo rispettosi dei valori umani, tra i quali c’è naturalmente l’orrore per la violenza e la morte e quindi nella pietà ci rendiamo garanti dell’umanità nella sua parte migliore. Pietà è anche compassione, perché è indubbio che non si può non soffrire per la sorte di questi disperati, che hanno la prospettiva di una lunga detenzione, e dovranno riprendere il filo drammaticamente interrotto delle loro vite.


Pietà e non perdono, perché il perdono non è una prerogativa dei testimoni, ma soltanto delle vittime, e purtroppo Willy non c’è più, ed era l’unico che avrebbe potuto perdonare i suoi assassini.


Nel quadro mortificante che questa storia ci offre ci appelliamo alla ragione e alla filosofia, come guide per non naufragare nella tempesta dell’odio, finendo per replicare violenza con violenza.


Nel IV secolo prima dell’era cristiana, di fronte ai giudici che lo stavano condannando a morte, dopo un processo ridicolo, Socrate sosteneva una delle convinzioni più solide della sua vita: nessuno è malvagio volontariamente e chi compie il male lo fa per ignoranza del Bene. Malvagità è non conoscenza del Bene, perché se gli uomini sapessero il Bene lo praticherebbero, anche perché la vita degli ingiusti è infelice, a differenza di quello che comunemente si ritiene.


Qualche secolo dopo, agli inizi della modernità nella civilissima Olanda, Baruch Spinoza, un pensatore che era stato espulso e maledetto dalla comunità ebraica alla quale apparteneva, a causa delle sue convinzioni religiose, scriveva che l’odio alimenta odio e che l’odio si vince con la sua passione contraria, l’amore. Non si trattava di porgere l’altra guancia, ma di un elementare considerazione razionale: l’odio nasce da un’errata comprensione della realtà, si nutre di idee false, quindi va rimosso attraverso la conoscenza e il sapere.


Il fondamento dell’odio è proprio una cecità che impedisce di vedere, ed è la ragione per cui gli assassini di Willy non si sono fermati, ed hanno continuato a colpirlo fino a ucciderlo: perché erano ciechi e stupidi, privi di ragione.


Dunque la banda degli “eroi” non ha alcuna colpa morale?


Osservavo un’immagine che in questi giorni è circolata sui media: l’allegra combriccola dei quattro in piedi, appoggiati alla ringhiera, sullo sfondo il mare, in atteggiamento sprezzante, muscolare, lo sguardo che sfida il mondo, insieme a bermuda dalle fantasie improponibili. Li ho pensati in una giornata estiva in qualche cittadina di mare a esibire la loro ridicola spavalderia. Se non fossero diventati dei killers spietati ci sarebbe da sorridere di fronte a tanto ingenuo cattivo gusto.


Qual è dunque la colpa dei quattro giovanotti? Potevano scegliere, come tutti noi, e non hanno voluto vedere. Si sono illusi che la strada della violenza e della forza brutale potesse essere quella vincente, senza capire che dietro ogni politica di potenza, individuale e collettiva c’è sempre lo spettro della morte e della tragedia, e che alla fine della corsa c’è soltanto una bruciante sconfitta.