Il dossier Idos: “Con la pandemia cresce l’odio per gli stranieri”

Il trentesimo rapporto sull’immigrazione mostra la xenofobia in crescita durante il Covid. Luca Di Sciullo, presidente del Centro studi Idos: “Si cerca il capro espiatorio”

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Desk 31 ottobre 2020
di Francesca Fradelloni

«La liberazione è vicina perché? Perché nessuna menzogna può vivere per sempre», diceva il pastore Martin Luther King. E i dati, frutto di studi statistici, sono lo scudo per difendersi dalle menzogne da cui poi deriva la paura e poi ancora l’odio. Ed è proprio per questo motivo che il Dossier statistico sull’immigrazione 2020 dell’Idos, presentato mercoledì 28 ottobre, è così importante. Giunto al numero 30, il rapporto ci dà tanti numeri certi per capire dove siamo e dove stiamo andando. Senza fraintendimenti.
La retorica del contagio “d’importazione” è solo la manifestazione più superficiale della xenofobia nel nostro Paese. Perché l’Italia che odia è capace di prendere forme molto più concrete e pericolose, sempre più numerose, effetto di “false notizie”.
L’ultima relazione della Commissione Jo Cox, di due anni fa, sulla xenofobia e il razzismo attesta che l’Italia è il Paese del mondo con il più alto tasso di disinformazione sull’immigrazione. Se guardiamo le nostre politiche partendo dalla Bossi-Fini, ai decreti di Maroni fino ad arrivare a Salvini ci accorgiamo di essere di fronte ad un “razzismo di Stato”.
La parola d’ordine di questi lunghi mesi è “distanziamento sociale”. Una parola “cattiva” nel momento in cui mette in discussione il senso stesso di comunità. Un’espressione sintomatica, per rimanere in tema, di un clima culturale avvenuto molto tempo prima dell’avvenuta della pandemia, e anche se è stato rinominato con “distanziamento fisico”, possiamo dire che questa raccomandazione, se la differiamo agli immigrati che vivono con noi nel Paese, non ha difficoltà ad essere applicata. «Perché con gli stranieri bisogna stare a distanza, anzi, bisogna tenerli a distanza. Pronti ad essere messi off line, fuori gioco. Questo clima di diffidenza, di sospetto, che come sappiamo mina la pacifica convivenza sociale nel nostro Paese, è stato alimentato in maniera sistematica da una politica incapace di risolvere i problemi endemici.
Da questa incapacità nasce il bisogno di creare un capro espiatorio per giustificare sé stessa e la sua inconcludenza», racconta Luca Di Sciullo, presidente del Centro studi e ricerche Idos. Il capro espiatorio chi è? «È quello che non può nuocere a sua volta, il più inerme, L’innocente, il più debole. Non può rispondere al male che subisce perché ha meno diritti di tutti, o meglio – spiega Di Sciullo - perché non gli vengono riconosciuti gli stessi diritti di tutti. Lo straniero». Il tutto con spesso una grande fetta di media che demonizza il capro espiatorio. «Sono ladri, terroristi islamici, sporchi, ci invadono, tutte fandonie che sono frutto di una distorsione visiva che a volte però raggiunge livelli così parossistici e tragicomici. “Sono fannulloni, ma ci rubano il lavoro” oppure “sono sani, palestrati, arrivano in crociera, ma ci portano il Covid-19”, e ancora “l’untore cinese”. Poi c’è l’ultimo passaggio. Il popolo. Quello stesso popolo succube da questo martellamento mediatico, afflitto dagli stessi che accusano innocenti, ed è il popolo stesso che compie l’esecuzione», afferma Di Sciullo. Basta guardare quanto si sono moltiplicati gli atti di violenza razzista. In questa catarsi collettiva, mentre il simile colpisce il simile, il l’impoverito aggredisce il povero, il potere di turno salva sé stesso e la sua inettitudine, a questa dinamica è stata funzionale la legislazione sull’immigrazione di questi ultimi decenni. Dimostra la non volontà di gestire l’immigrazione. Con modifiche restrittive, anti-immigrati. Con un approccio ideologico, dannosi alla governance dell’immigrazione.
«Dopo la crisi del 2008 e con la crisi economica pandemica – racconta il presidente Idos -, ancora pretendiamo per legge non solo che un lavoratore straniero entri in Italia già con un contratto in tasca, ma che si faccia trovare con un contratto in essere ad ogni scadenza di permesso di soggiorno. Elemento che dà anche una libertà senza regole ai datori di lavoro, un vero e proprio pizzo». Come se l’Italia non avesse l’evidenza di immettere forza lavoro aggiuntiva. Il nostro Paese ha interrotto la programmazione dei flussi, triennali, quindi abbiamo quote esigue e ridotte. Sono quote riservate a lavoratori stagionali o a conversioni di permesso di soggiorno quindi già presenti. Gli ingressi veri e proprio di lavoratori stabili sono bloccati da 10 anni. Ma vediamoli questi dati contro le bugie.
Nel 2020, l’Italia conta 5 milioni e 300 mila stranieri residenti, l’8,8% sulla popolazione complessiva. Un aumento di quelli irregolari: sarebbero stati 700mila unità nel 2020, se non fosse arrivata la regolarizzazione con 220mila domande. I 2.505.000 di stranieri lavoratori in Italia rappresentano il 10,7% degli occupati. Inoltre il 33% è sovra-istruito rispetto alla mansione che svolge, contro il 23% degli italiani. C’è inoltre uno scarto negativo dello stipendio del 24% rispetto agli italiani: 1077,00 contro 1400,00 euro. Insomma l’immigrazione è stata per tanto tempo un ossessione, ma mai una narrazione veritiera.
«E i numeri aiutano – afferma Marco Fornerone, pastore della comunità Valdese di Roma -, sono un pilastro per smontare le bugie, dei maschi, bianchi e occidentali». Sono l’unico scudo all’inganno che genera distanze, paure e violenze.