Ricordo di un bambino ammazzato dalla mafia

Claudio Domino aveva 11 anni. Non è stato un incidente. Si è trattato di una vera e propria esecuzione.

Claudio Domino, il bambino ucciso dalla mafia

Claudio Domino, il bambino ucciso dalla mafia

David Grieco 22 dicembre 2020

 

Per la mafia non esiste niente di sacro. La mafia uccide anche i bambini. Dal 1896 ad oggi, la mafia ha ammazzato 108 bambini. Perché disgraziatamente si trovavano in compagnia di genitori da eliminare o perché avevano purtroppo intercettato una pallottola vagante. 

Nei delitti e nelle stragi di mafia, la morte dei bambini viene considerata dai mafiosi una sorta di evento imponderabile. L’uccisione dei bambini viene sempre catalogata così, come un danno collaterale. Tranne in un caso. Il caso di Claudio Domino.

Nato nel 1975 a Palermo, Claudio era figlio unico di Antonio Domino, un operaio della SIP, e di Graziella Accetta, proprietaria di una cartoleria.  Vivevano a San Lorenzo, un quartiere ad alta penetrazione mafiosa.

Claudio Domino, nonostante la miopia lo costringesse già a portare gli occhiali, era un bambino molto vivace. Quando non era a scuola, passava tutto il tempo a giocare in strada con gli amici non lontano dal negozio di sua madre. Pare che curiosasse dappertutto e conoscesse quel pezzo di quartiere come le sue tasche.

Alle 21,10 del 7 ottobre del 1986, all’età di 11 anni, Claudio Domino perderà la vita nel modo più cruento che si possa immaginare. Claudio non sarà una vittima di circostanze fatali. Non sarà un danno collaterale. Claudio Domino è il bersaglio di una vera e propria esecuzione. 

Quella sera, un uomo in sella a una grossa Kawasaki, protetto dal casco, lo avvicina in una strada di San Lorenzo chiamandolo per nome. Claudio Domino si stacca dai due coetanei con cui stava chiacchierando e gli va incontro. Quando il bambino si avvicina, il centauro estrae una 7,65 e gli spara a bruciapelo in mezzo agli occhi.

Davanti a un delitto tanto efferato ed inaudito, Palermo sembra come scossa da un terremoto. Ai funerali di Claudio Domino, in presenza di Antonino Caponnetto e Paolo Borsellino, assistono migliaia di bambini. Bambini di 7, 8, 10 anni che accompagnano la bara. L’opinione pubblica è indignata come mai prima d’ora.

Anche gli inquirenti sembrano sotto shock. Non si spiega altrimenti il fatto che la polizia sottoponga subito all’esame del guanto di paraffina uno dei due ragazzini che erano con Claudio. Poi la Procura comincia a seguire una pista che si rivelerà inconsistente. Si pensa a una vendetta scaturita dal fatto che i genitori di Claudio Domino avevano ottenuto, con una azienda di cui erano soci, l’appalto delle pulizie dell’aula bunker dove si stava svolgendo, dal 10 febbraio del 1986, il maxiprocesso di Palermo. L’ipotesi poteva avere un senso. Ma non troverà indizi e non produrrà indagati.

L’unica certezza è che il Delitto Domino è un delitto di mafia. E la mafia, in quei giorni, subisce un danno d’immagine senza precedenti. Ma ecco che, improvvisamente, proprio dall’aula bunker del maxiprocesso di Palermo giunge, del tutto inatteso, qualcosa di più di un indizio.    

Prima che cominci l’udienza, nella gabbia degli imputati si alza Giovanni Bontate (fratello del più noto Stefano, assassinato nel 1981 dai Corleonesi) e chiede la parola. “Signor Presidente, noi vogliamo fugare ogni sospetto”, dice Giovanni Bontate in modo solenne. “Noi rifiutiamo l’ipotesi che un simile atto di barbarie -prosegue- ci possa solo sfiorare. Noi siamo uomini, abbiamo figli. Esterniamo il nostro dolore alla famiglia di Claudio…”. Giovanni Bontate conclude chiedendo addirittura alla corte un minuto di raccoglimento in nome di Claudio Domino.

 

Prima di quel giorno, non si era mai visto un uomo di Cosa Nostra dichiararsi tale, per giunta parlando al plurale e coinvolgendo tutti gli altri imputati del maxiprocesso di Palermo. Giovanni Bontate, che era persino avvocato, non avrebbe mai dovuto commettere un errore così grossolano. Quel “noi” lo pagherà con la vita due anni dopo, il 28 settembre del 1988, quando Salvatore Riina darà l’ordine di eliminarlo insieme a sua moglie.

Dopo le dichiarazioni di Bontate, la frittata ormai è fatta. In una riunione con tutti i capi mandamento, lo stesso Salvatore Riina chiede a gran voce la testa dell’autore di quell’omicidio non autorizzato. Non è un sussulto di pietà verso il bambino Claudio Domino. Si tratta soltanto di punire chi sta attentando alle regole di Cosa Nostra, che considera sua anche l’aria che tutti, senza eccezioni, respirano. “Quando a Palermo si verifica un certo fatto, ad esempio un delitto di una certa gravità -racconta il pentito Salvatore Cancemi- se lo stesso non è opera di Cosa Nostra, tutti i capi mandamento e principalmente quello nel cui territorio si è verificato il fatto, hanno il preciso compito di identificare l’autore”.

Mentre la magistratura continua a brancolare nel buio, Cosa Nostra individua in poco più di due mesi il mandante dell’assassinio di Claudio Domino. Lo identifica in Salvatore Graffagnino, titolare del bar rosticceria Sole che si trova nel quartiere di San Lorenzo, non molto distante dalla cartoleria della madre di Claudio. Salvatore Graffagnino, insieme al figlio Giuseppe e al nipote Gabriele, gestisce in proprio un florido traffico di eroina e avrebbe preso la decisione di eliminare il piccolo Claudio perché, come racconteranno poi i pentiti Salvatore Cancemi e Giovanni Battista Ferrante, “aveva visto qualcosa che non doveva vedere”. 

Il 20 dicembre del 1986, lo stesso Ferrante si incaricherà di sequestrare, torturare ed uccidere Salvatore Graffagnino. Quanto all’autore materiale dell’omicidio, sotto tortura Salvatore Graffagnino confessa a Ferrante che si trattava di un tossicodipendente che lui stesso aveva già provveduto ad eliminare somministrandogli un’overdose.

In tanti ricordano che il piccolo Claudio Domino scorrazzava sempre intorno ai depositi dove il clan dei Graffagnino custodivano la droga. “Claudio apriva saracinesche, persiane, porte socchiuse -scrisse il giornalista Saverio Lodato sull’Unità il 4 giugno del 1987- fra cento e cento casupole che spesso a San Lorenzo nascondono misteri. Tre giorni prima di venire assassinato, Claudio aveva perso gli occhiali, annaspava visibilmente, si fermava più del solito di fronte a certi posti per vedere meglio, forse dando così la sensazione di aver visto troppo da vicino uno di questi misteri. Un primo rapporto di polizia (riferito a suo tempo dai giornali) lo definisce infatti involontario testimone…”.

Nonostante tutto il clamore, il dolore e lo sgomento che l’uccisione di Claudio Domino ha suscitato, nonostante i suoi genitori continuino a chiedere la riapertura dell’inchiesta, la sua morte 34 anni dopo rimane un mistero di cui nessuno si è mai veramente occupato. Non esiste un libro, non esiste un documentario, non esiste un film che parli di lui. 

Dopotutto, Claudio Domino era soltanto un bambino.