Caso Eni-Nigeria: la Procura di Brescia perquisisce i pm di Milano

Il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro sono indagati per "rifiuto di atti d'ufficio". Avrebbero nascosto prove favorevoli agli imputati

Tribunale di Milano

Tribunale di Milano

globalist 10 giugno 2021
Una svolta inaspettata nel caso Eni-Nigeria che vede coinvolte due super procure della Lombardia: La procura di Brescia infatti, nell'ambito dell'indagine in cui sono indagati il procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro, lunedì scorso ha disposto una perquisizione informatica per sequestrare le mail che i due magistrati si sono scambiati. Il decreto riguarda in particolare il materiale raccolto dal pm sempre di Milano Paolo Storari e che avrebbe dimostrato la falsità delle prove portate dall'ex manager di Eni Vincenzo Armanna. 
Materiale a loro inviato ma che i due pm non avrebbero messo a disposizione delle difese e del Tribunale nel processo sul blocco Opl245 che ha visto assolti tutti gli imputati. 
Chiesto al tribunale di Milano il video nascosto
La procura di Brescia ha chiesto al tribunale di Milano di acquisire il video registrato di nascosto dall'avvocato Piero Amara che dimostrerebbe - a dire dei giudici della settima sezione penale presieduta da Marco Tremolada - la reale intenzione del grande accusatore del processo Eni-Nigeria, Vincenzo Armanna, di infangare alcuni indagati e la compagnia petrolifera. La richiesta della procura di Brescia si inserisce nell'inchiesta che vede indagati il procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro per rifiuto di atti d'ufficio in relazione al processo di corruzione internazionale.
Il giallo delle chat false
Più che al video 'nascosto', bisogna concentrarsi sulla mole di documenti tra cui un capitolo è riservato a chat forse false. Sono queste le indicazioni fornite da chi è in prima linea a Brescia nell'inchiesta che vede indagati l'aggiunto di Milano Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro titolari del processo Eni-Nigeria.
In particolare, da quanto emerge, il pm meneghino Paolo Storari, interrogato dai pm di Brescia sul caso dei verbali dell'avvocato Piero Amara e sui contrasti coi vertici dell'ufficio anche in relazione alla gestione del fascicolo sul 'falso complotto Eni', avrebbe reso noto che il coimputato Vincenzo Armanna avrebbe prodotto ai pm del processo Eni-Nigeria, conclusosi con l'assoluzione di tutti, delle chat 'modificate' con un testimone che avrebbe pagato lui stesso. Diverse chat che, secondo quanto si apprende, non sarebbero entrare nel processo in cui la procura considerava Armanna teste chiave.