Il governo nel Paese dei governi ombra (E all'ombra. Degli ungheresi)

Da Giuseppe Conte a Nicola Zingaretti, maggioranza e opposizione tra divergenze interne e tra i partiti-partner: GC annuncia il «sì Tav», Di Maio presenta la mozione «no»; NZ: «il Pd non voterà», i renziani: «votiamo»

Giuseppe Conte: sta ascoltando uno dei suoi vice (o entrambi)?

Giuseppe Conte: sta ascoltando uno dei suoi vice (o entrambi)?

Tommaso Verga 7 agosto 2019Hinterland
di Tommaso Verga
L'ennesima «formula» è stata partorita dopo il voto al Senato. Si legge così: Giuseppe Conte (per brevità: GC), dall'alto del suo incarico – per quanto impercepibile – annuncia che lo scavo per il/la Tav Torino-Lione deve andare avanti; oggi, il vice Luigi Di Maio (per brevità: LDM), movimento 5stelle, mette ai voti una mozione contraria, stop-Tav. Essendo GC politicamente espressione dell'altro, ci si sarebbe attesi un di chicchessia annuncio di dimissioni. Non è successo nulla.
Opposta visuale. Nicola Zingaretti (per brevità: NZ) in una dichiarazione, annunciava ieri che i senatori del partito del quale è segretario – per quanto interpretabile – si allontaneranno da Palazzo Madama al momento dell'appello sulle 5 mozioni: «Se il Pd vota sì alla Tav farà un enorme favore a DM». La sesta mozione è dello stesso Pd che – dichiara il solito presidente Marcucci – voterà contro i grillini. Nel suo intervento, il capo degli eletti a Palazzo Madama ha detto che «la maggioranza (in carica, ndr) non c'è più». Non si prenda lo spunto per dire che contro i 5stelle hanno votato insieme Pd, Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia e altri. «Ma DM lo dice». E che altro deve fare? Una giustificazione per aver distrutto il partito che ha vinto le elezioni il 4 marzo la dovrà pur trovare.
Il capo dei senatori pd è un fervente del «partito di Matteo Renzi (per brevità MR)», sottoinsieme che in quello democrat è in perenne conflitto con NZ: «che è il nostro segretario ma dev'essere cacciato via». Perché? «Eh, non ci obbedisce, non si vede?».
Comunque, per questa parte, fatto salvo l'obbligo di cronaca, la cosa non appassiona più di tanto. Principalmente perché non ne dipende nulla. Parlamento, sondaggi, consultazioni generali e locali non offrono il benché minimo appiglio a chi volesse rimettere teste e mani all'«alzati e cammina» del Pd. La predisposizione alla distinzione è storia della sinistra. Accentuata negli anni recenti. Terminerà (in parte) solo e quando le due «anime» – definizione mai tanto appropriata come in questa circostanza – torneranno alle origini, ai loro «campi», libere dai vincoli che dettero vita al Pd come forma organizzata d'una «fusione a freddo», non politica come dissero i più saggi. Serve una separazione. Meglio se consensuale.
Offeso perché Piero Ignazi (non Luciano Canfora) l'ha definito l'anello di congiunzione con Berlusconi e Salvini, MR ha risposto in modo piccato. Forse perché il quotidiano ha omesso il «richiamo» in prima (non lo considerà più un leader?). Ecco, una scissione gli eviterebbe il Maalox e tutto il resto.
Lettera per lettera, Gennaro Sangiuliano – sempre oggi, stessa testata – scrive che i suoi riferimenti sono stati Prezzolini e Montanelli (se lo dicesse al capoclasse potrebbe ricavare la possibilità minima di «erudire il pupo»). Comunque – ha scritto – l'appellativo di dirigere Televisegrad non gli piace. Peccato. Dovrebbe andarne fiero. Occasionalmente (nella misura meno ampia possibile) qualcosa «passa». Alcune sere fa, monologo di Giorgia Meloni. Cosa ne pensa di quel che pensa questo signore? (un covo di pensatori). Che non ha necessità del traduttore per quante volte pronuncia Matteo Salvini (per brevità MS), il difensore delle frontiere dell'Europa. E Giorgia? Ascolta. Poi le dicono che il tizio è il ministro degli Esteri di Victor Orban: «che lei conosce nevvero?». Sì, ma il blocco navale? Era lì, gliel'aveva preparato Sangiuliano.
Ieri, per dimostrare che sta facendo i compiti per l'esame di riparazione settembrino, MS ha preso atto che il salario minimo è stato respinto dalle 41-42-43 (ma quante erano?) parti sociali assise al Viminale; altrettanto dicasi per il «decreto dignità» (quello che voleva abolire la pubblicità di slot machine-videopoker); accoglienza entusiasta per la flat tax invece.
Un bluff. Hanno detto il contrario? Pensando che quell'incontro fosse cosa seria? Con MS? Alla quarantina di parti sociali sta bene, così imparano. Eppure già alla «prima» la critica non ne aveva parlato bene. Figuriamo le repliche.
Nei pressi di ferragosto, governo-ombra per governo-ombra, sarà interessante osservare non tanto l'immediato – tipo: «quante stelle dopo le elezioni» –, ma una questione sulla quale non sarà inutile prendere nota adesso: gli effetti dei decreti sicurezza. Che i 5s hanno votato addirittura con la fiducia.
Un tempo il difensore della patria era Maurizio Gasparri. Ministro delle Comunicazioni con il governo  di Silvio Berlusconi. Alla pari del leghista Roberto Maroni agli Interni. Tutti contro l'immigrazione al punto da partorire condoni per 600mila clandestini. Di Gasparri si ricordano gli allarmi contro l'eventualità che i barconi sbarcassero i terroristi. All'epoca di Al Qaeda.
Oggi l'indefesso protettore dalle minacce islamiste dell'Isis è MS. Nella sua battaglia contro le Ong sta conquistando lo scettro di re dei mari. Il fatto è che né l'uno né l'altro, né l'antico né l'odierno, a sostegno delle loro teorie terroristiche sono riusciti a rimediare un palloncino che facesse «bum». Di terroristi neppure l'ombra.
Ora però un pericolo c'è. E viene dai «barchini» che trasferiscono decine di rifugiati per volta, grazie ai decreti sicurezza sottratti alle procedure proprie delle Ong, a cominciare dalla verifica dei documenti personali. Una situazione preoccupante. Questa sì davvero.