Addio a Adriano Ossicini: resistente disarmato, salvò gli ebrei dai nazisti

Morto a 98 anni lo psichiatra e politico che protesse decine di ebrei romani inventandosi il "morbo di K". Nel scrive Mario Venezia, presidente del Museo della Shoah di Roma

Adriano Ossicini

Adriano Ossicini

globalist 15 febbraio 2019
Psichiatra, uomo politico, è morto a Roma a oltre 98 anni Adriano Ossicini. Nato a Roma il 20 giugno 1920, oltre che i suoi incarichi lo si ricorda per un'impresa durante l'occupazione nazista compiuta senza le armi ma rischiosissima: all'ospedale Fatebenefratelli sull'isola Tiberina nella sue città nascose decine di ebrei inventando che erano affetti dal "morbo di K", malattia di sua invenzione dalle iniziali di due ufficiali nazisti, Kesselring e Kappler e che spacciava come molto contagiosa. E il timore del contagio tenne lontane le Ss.
Ossicini è morto proprio al Roma dove era ricoverato in seguito a una caduta. Nel 1968 venne eletto nelle liste del Partito comunista come per la Sinistra Indipendente, vicepresidente del Senato e ministro per la Famiglia e la solidarietà civile nel governo Dini tra il 1995 e il 1996. Nel 1944 diventò psichiatra, insegnò psicologia all'Univerisità la Sapienza di Roma. Nel 1968 venne eletto al Senato come indipendente nelle liste del PCI, per poi aderire alla Sinistra Indipendente. Lo ricorda qui Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah di Roma.


Mario Venezia: rischiò la vita per persone a lui sconosciute

Adriano Ossicini è stato certamente una figura emblematica di un resistente. Lo definisco resistente disarmato: era uno di quei coraggiosissimi cittadini che intrapresero azioni per salvare persone che nemmeno conoscevano e mettendo a rischio la vita. In quel periodo le punizioni connesse al salvataggio degli ebrei erano pesantissime: non erano rimbrotti o giorni di prigione, era la possibile fucilazione. Persone come lui, non combattenti, non militari addestrati, dimostrono un grandissimo coraggio.
Come medico Ossicini ebbe l'inventiva di nascondere ebrei in una zona particolarmente presidiata: il Fatebenefratelli è a pochi metri dalla sinagoga, vicino al quartiere ebraico, allora molto popolato fino al grande rastrellamento dell'ottobre del 1943. Era in una zona estremamente pericolosa e, va detto, salvò ebrei insieme al professor Giovanni Borromeo, che è stato insignito del titolo di "Giusto delle nazioni".
Azioni simili in un ospedale necessitavano della collaborazione di più persone: era un luogo pubblico e serviva ulteriore coraggio perché esisteva il rischio che altri addetti potessero fare la spia. Proprio per quei salvataggi nel 2016 l'ospedale ha avuto un il riconoscimento di "Casa di vita" della fondazione Wallemberg con il patrocinio della nostra Fondazione Museo della Shoah. L'ente ebbe un atteggiamento positivo. Purtroppo Ossicini, molto anziano, non stava bene per cui non venne. Sarebbe stato bellissimo rendergli omaggio.

Riguardo all'oggi, dove accade che qualcuno possa ancora citare i falsi "Protocolli dei savi di Sion", parlando di Shoah si continua a fare riferimento ai giovani ai quali viene passato il testimone: sono favorevole a che i giovani partecipino a una elaborazione del ricordo, ma metto sempre puntini sulle i, non bisogna passare il testimone se non si è lavorato prima sull'argomento. Prova ne sia che persone non più giovani non hanno avuto modo di studiare né di imparare: abbiamo saltato intere generazioni e alcune di quelle persone occupano anche posti di rilievo. Viceversa figure come Ossicini hanno messo a repentaglio la vita per degli sconosciuti perché puntato su valori importanti. Perciò siamo convinti che si debba intervenire per colmare questo gap culturale, non bisogna pensare sempre ai giovani e poi dimenticare i meno giovani. Bisogna guardare all'oggi, al domani, bisogna partire da una buona base per il necessario passaggio della nuova generazione ma c’è chi è saltato il turno.