Luigi Berlinguer (Pd): "Niente alleanze con M5S, ora serve una campagna elettorale antifascista"

Per l’ex ministro della Pubblica istruzione «bisogna ridurre il numero dei parlamentari, poi alle urne pensando a tutelare i più poveri e deboli»

Luigi Berlinguer

Luigi Berlinguer

Desk 13 agosto 2019
di Stefano Miliani

Primo ridurre il numero dei parlamentari, poi andare subito al voto. Per il momento senza allearsi con i Cinque Stelle. Lo sostiene Luigi Berlinguer: a suo parere il Pd e la sinistra devono porre al centro del discorso la tutela dei più poveri e, al contempo, impostare una robusta campagna elettorale “antifascista” per far capire che l’uomo forte e la soluzione autoritaria non sono soluzioni. Tanto meno per chi ha meno.
Già ministro della Pubblica istruzione dal 1996 al 2000 nei governi Prodi e D’Alema, già docente all’università di Siena, nato a Sassari nel 1932, il professore è un convinto sostenitore del Pd fin dall’inizio: alle elezioni europee del 2009 fu capolista della circoscrizione Nord Est.

Berlinguer, Walter Veltroni in un articolo uscito su Repubblica domenica 11 agosto ha tra l’altro evocato che l’Italia possa finire come il dopo-Weimar, quando la democrazia tedesca lasciò il passo a Hitler regolarmente eletto, se la sinistra non comprende cosa accade oggi. È proprio il momento di separarsi, per il Partito Democratico?
Non credo che le situazioni storiche si riproducano così facilmente simili a se stesse: la realtà del mondo e l’organizzazione sociale sono cambiate profondamente rispetto agli anni ’30 del secolo scorso. Detto questo, le scissioni sono atti molto gravi: non voglio dire giusto o sbagliato ma qualcosa di più. Qualche scissisione ha funzionato e ha influenzato il corso della storia anche postitivamente ma è rarissimo e soprattutto aveva una motivazione teorica politica e profonda. Invece oggi le scissioni sono dettate dalla presunzione di essere titolari unici della verità e che tutto il senso politico del momento sia rappresentato dal pensiero di uno o di pochi. Questo rivela una presunzione sconfinata o il desiderio di giocare in proprio ma la politica è intepretare le grandi tendenze della società e la politica di sinistra deve far valere i grandi interessi delle forze popolari.

Al Pd viene rimproverato di essersi staccato da quella parte di società.
Se è vero non vedo una ragione per staccarsene ulteriormente.

Salvini ha evocato “pieni poteri”. Non prelude a un passaggio verso un regime autoritario mascherato da una democrazia solo formale?
Una ragione in più per non seguirlo in una strada tragica che l’Italia ha conosciuto. L’autoritarismo non risolve i problemi.

Secondo lei non c’è il rischio di finire come paesi come la Turchia di Erdogan, l’Ungheria di Orban, la Russia di Putin?
Sono società diverse dalla nostra. Noi siamo radicati in una società occidentale dove il benessere si accompagna alla democrazia: aver raggiunto certi livelli di reddito non è ininfluente rispetto al fatto che il sistema politico è necessariamente democratico.

Tanti italiani però adesso non credono nella democrazia.
Ne sottovalutano il valore perché vivono nella libertà, perché non conoscono quanto è iniquo un sistema non democratico, quanto un simile regime non tuteli affatto il reddito né il benessere. Salvini è non solo un rischio per la democrazia, è un valore per chi è forte e va avanti mentre chi è debole si arrangia. Invece la funzione della sinistra è duplice: prima di tutto deve tutelare i poveri ma questa vocazione nel recente passato si è affievolita. Dobbiamo proporre un punto essenziale: dobbiamo tutelare la parte debole della società. L’altro apetto congenito è che dobbiamo tutelare i bisogni della parte debole della società seguendo le regole della democrazia politica. La quale è un bene che ci sta a cuore soprattutto in Italia dove abbiamo conosciuto il fascismo, una stagione in cui per i poveri e i lavoratori non c’era la libertà né la possibilità di organizzarsi per tutelare i loro interessi.

Con la caduta del governo lei è favorevole a votare adesso o no?
L’ideale è ridurre il numero dei parlamentari, basta poco, i tempi tecnici sono minimi. Se si riuscisse a ridurre numero dei parlamentari il ricorso al voto sarebbe molto diverso, si dimostrerebbe agli elettori che non è vero che i politici pensano a se stessi, che sono pronti rinunciare al proprio privilegio. Quella riduzione avrebbe un significato durante la campagna elettorale. Potremmo spiegare che esiste una politica di sinistra fortemente democratica fondandola su due valori: primo, la difesa dei deboli; secondo, la democrazia stessa. Momenti di confusione nella storia hanno portato a soluzioni autoritarie, alla fiducia nell’uomo forte: lo abbiamo sperimentato perciò diciamolo.

Quindi il rischio ci sarebbe?
Il rischio di pensare che per risolvere i problemi ci vuole un uomo forte c’è sempre. Ma in Italia abbiamo la sfortuna – fortuna di aver sperimentato questa storia e di aver visto che ha peggiorato le condizioni di vita della parte debole della popolazione. La mancanza di libertà significa mancanza di potersi organizzare: penso sorpattutto ai sindacati che furono soppressi. Ora ci immaginiamo una società italiana in cui i lavoratori non possono più organizzarsi né difendersi? La democrazia è libertà di parola, di partito e di organizzazione in sindacati per tutelare i propri interessi di classe. Quindi senza la libertà i poveri non possono organizzarsi per difendersi. Questo ci insegna la storia italiana.

Dopo la riduzione dei parlamentari per lei quindi bisogna votare.
Sì, e per due ragioni. La prima è che siamo in una situazione profondamente inedita. Andare al voto consente al popolo di esprimersi. La campagna elettorale dovrà presentare il programma con le ipotesi per risolvere questi problemi complicati, difficili. Solo la capacità di consultare gli elettori consente di misurare le nostre idee in proposito, con un dibattito più ampio possibile, che investa l’intera società.

L’altra ragione?
Non vedo altra possibiltà se non il voto, altrimenti devono fare accorgimenti tattici nella composizione parlamentare esistente, il che non mi pare materialmente possibile.

Su un accordo Pd-5 stelle?
Cacciari ha detto sarebbe una follia. Sarebbe folle decidere senza sentire cosa pensa il nostro popolo, prendere una decisione che potrebbe risultare gravemente impopolare tra il nostro elettorato e che isolerebbe e indebolirebbe enormemente il gruppo dirigente. Non sarebbe un'operazione coraggiosa, ma temeraria e fuori dalla logica, in questo momento. Poi è possibile che durante la campagna elettorale si chiarisca una serie di punti ed esca una forma di mandato. Aggiungerei: dovremmo andare alle elezioni con l’idea che il Pd non vuole essere solo, né vuole né potrà essere il solo a governare: deve avere alleanze. Allora facciamo misurare questa tematica nella campagna elettorale dando la parola agli elettori. La campagna elettorale sia occasione per un dibattito su come deve collocarsi il Pd e come si affronta un allargamento del fronte democratico. Quanto ha detto Cacciari, un’alleanza adesso con il movimento cinque stelle sarebbe un errore clamoroso, è giusto, ma è un unizio di posizione, non è definitiva.

Quindi almeno per ora la risposta è no.
Non possiamo fare questa alleanza allo stato attuale, è innaturale, ma il cimento elettorale deve dare un suggerimento su quale deve essere la rosa di alleanze possibili per una forza di sinistra. Se andiamo a votare lo esigono la logica e il principio di equità sociale. Vediamo come esce dal cimento elettorale l’idea di una forza di sinistra che deve restare di sinistra e deve riuscire a governare.

Ma Salvini, Giorgia Meloni e Berluconi insieme possono superare 51%, no?
Sì, ma dobbiamo preparare la forza che prepara l’alternativa, non bisogna fare un pasticccio prima di governare. Nella campagna elettoale dobbiamo spostare l’opinione pubblica, dobbiamo conquistare consenso alla necessità di tutelare i poveri, alla necessità di rafforzare la democrazia: serve una campagna elettorale profondamente antifascista ed è una novità. Mettiamo l’idea di libertà di un governo democratico come obiettivo delle elezioni. Quindi chiediamo al popolo di non votare per rabbia o con rancore o per antipatia come è successo, chiediamo di non votare per fare un dispetto a chi non è simpatico. Si voti con la responsabilità di dire “creiamo uno schieramento per la democrazia maggioritaria”: è un obiettivo elevato, vero, di sinistra. Dobbiamo creare la maturazione di una coscienza consapevole che voglia dare all’Italia la giusta tutela dei poveri insieme al rafforzamento della democrazia. La battaglia è aperta.