Il fallo da ultimo uomo di Di Maio, sempre più delegittimato dentro M5s

Il diktat di Giggino da Avellino è il tentativo di sopravvivenza di un capetto politico surclassato da Conte e non sopportato più dal gruppo parlamentare. Il resto sono veline.

Di Maio

Di Maio

globalist 30 agosto 2019

Di Maio si veste da ducetto. Alza il tiro e in un (quasi) tranquillo venerdì pomeriggio fa un discorso arrogante, pieno di sicumera, rivendica il vergognoso decreto sicurezza e - di fatto - rischia di far saltare il banco.



Che accade?
Ufficialmente la spiegazione è arrivata dalla solita velina da Istituto Luce, ossia fatta apposta per negare la verità: "Luigi Di Maio ancora una volta ha ribadito che per il Movimento 5 Stelle i temi sono al centro di qualsiasi azione politica. Non comprendiamo lo stupore di alcuni. Per noi conta il programma, contano le soluzioni ai problemi degli italiani, non le poltrone. E ci auguriamo che sia cosi' per tutti".
In realtà le cose sono diverse. E tantissimi parlamentari grillini, in colloqui privati con Globalist, confermano che dentro al movimento c’è in atto una battaglia campale che Giggino da Avellino sta giocando per garantirsi la sopravvivenza, visto che è totalmente delegittimato.
In altri termini: all’interno dei gruppi parlamentari la stragrande maggioranza di deputati e senatori è favorevole all’accordo con il Pd. I contrari sono alcuni singoli (tipo Gianluigi Paragone, Elio Lannutti e pochi altri) ma soprattutto il cosiddetto partito dei ministri e sottosegretari, che non vogliono ammettere il fallimento dell’alleanza con Salvini e dopo aver fatto da camerieri per 14 mesi ora vogliono rifarsi una verginità. Oltre a Di Battista.
Nel gruppo parlamentare - al di là delle veline - la popolarità di Di Maio è in netto calo e nonostante la democrazia interna da quelle parti sia prossima allo zero l’insofferenza cresce e si manifesta sempre di più.
Così Di Maio ha capito che si sta giocando la partita fondamentale e ha scelto di farla a forza di falli da ultimo uomo, sperando che non arrivi il cartellino rosso.
Giuseppe Conte sta emergendo come il vero leader. Roberto Fico è molto stimato, Di Battista ha stufato quasi tutti. E a Giggino cosa rimane? Recitare il ruolo da Capitan Fracassa sperando che la durezza sia un buon viatico verso una base alimentata per anni a pane e rancore e che apprezza di più i calci al dialogo. La retorica identitaria al ragionamento articolato.
Quindi il capetto di Avellino non solo ha sorpreso il Pd, ma anche tantissimi parlamentari M5s che già stavano ragionando su nomi e programmi. Gli stessi che, come Roberta Lombardi e Nicola Morra, avevano in termini più o meno diplomatici fatto sapere che Giggino aveva rotto con i suoi ultimatum, compresa la pretesa di fare da vice-premier.
E adesso? Il super partes Giuseppe Conte avrà da premier di un governo di coalizione (altre al Pd servono anche Leu e altri gruppi minori per avere la maggioranza) o chiederà a Di Maio il permesso?



Sia come sia la sorte politica di Di Maio è segnata. Se l’accordo di governo salterà (per colpa del Pd o della piattaforma Rousseau) sarà l’uomo del fallimento, quello che si è perso per strada sei milioni di voti.
Se non salterà giorno dopo giorno il suo ruolo sarà mangiato da Giuseppe Conte.
E nel frattempo falli da ultimo uomo e anche falli da frustrazione.