Elezioni anticipate: quando populismo e 'dossocrazia' contaminano anche l'Italia liberal

La retorica elettoralistica è l’espressione più appariscente di una sorta di divinizzazione del giudizio popolare come se si trattasse del giudizio di Dio. M5s-Pd è un tentativo che va fatto

Seggio elettorale

Seggio elettorale

Antonio Rinaldis 31 agosto 2019
L’articolo apparso sull’Huffington Post il 29 agosto, con il titolo L’avvocato del declino, con la firma di Lucia Annunziata, in cui si commentano le ultime vicende politiche è particolarmente interessante soprattutto nella sua parte conclusiva, perché mette in luce alcune tendenze, forse sarebbe più corretto dire tentazioni che stanno contaminando in maniera trasversale il sentiment della politica italiana.
Dopo aver analizzato la situazione delle differenti forze politiche nel corso dell’attuale crisi di governo Lucia Annunziata conclude con una esplicita dichiarazione a favore delle elezioni anticipate, che vengono ritenute un passaggio fondamentale per una possibile svolta in Italia, in grado di fornire i presupposti per la creazione di un percorso condiviso fra i cittadini e i partiti, per una trasformazione di fase, che attualmente appare incerta.
i punti oscuri del discorso della Annunziata sono almeno due: non si chiarisce in che cosa consiste la svolta che si dovrebbe operare in Italia attraverso le elezioni, e in secondo luogo si sostiene che la competizione elettorale sarebbe in grado di operare una saldatura fra l’opinione pubblica, i cittadini e le forze politiche.
Sulla base di queste considerazioni sembra che il populismo sia penetrato in profondità anche nelle coscienze più liberal, dal momento che la retorica elettoralistica è l’espressione più appariscente di una sorta di divinizzazione del giudizio popolare come se si trattasse del giudizio di Dio. Si tratta di una vera e propria nevrosi elettoralistica, in cui le elezioni appaiono come la palingenesi per una classe politica ritenuta incapace di esprime una guida politica ferma e duratura. Il ricorso ossessivo alle urne è il segno di una metamorfosi che sta lentamente trasformando la democrazia rappresentativa in dossocrazia, il governo della doxa, guidato dai sondaggisti, che di fatto orientano e regolano le scelte delle forze politiche sulla base degli umori popolari sempre più ondivaghi e variabili. A ciò va aggiunto il fatto che è tutto da dimostrare il fatto che le elezioni creino un reale collegamento fra le forze politiche e i cittadini, anche alla luce della sempre più marcata disaffezione degli elettori al voto, e di una battaglia elettorale, nella quale la litigiosità dei contendenti è tale da oscurare contenuti e programmi, che sono diventati purtroppo appendici al servizio di una guerra fra personalità che rappresentano soltanto se stesse.
Questo ragionamento vale in generale, ma se vogliamo ridurre il campo dell’analisi alla prospettiva di quella che una volta si definiva la Sinistra, allora il ricorso alle urne, in questo particolare momento storico diventa ancora più inspiegabile, prova evidente di una tendenza masochista che sembra attrarre molti osservatori politici. Sempre Lucia Annunziata scrive infatti nel suo articolo che molto probabilmente se si fosse votato in autunno avrebbe vinto il centro destra, ma ciò non sembra essere motivo di turbamento, anche se un governo Salvini-Meloni è una prospettiva inquietante, un’ipotesi che potrebbe produrre un più radicale e preoccupante arretramento sul terreno dei diritti, delle libertà, e in generale della buona convivenza civile. Ma nulla di tutto ciò attenua il delirio elettoralistico, senza dimenticare che chi spinge ora per elezioni anticipate non esiterebbe a celebrare un solenne De profundis per gli sconfitti, ritenuti incompetenti, lontani dalle masse, incapaci di cogliere gli umori profondi del Paese.
Non c’è dubbio. Amiamo il cupio dissolvi e ci crogioliamo nell’Aventino della nostra immacolata purezza, che sa sempre e soltanto di sconfitta e di autocommiserazione, e non ci rendiamo conto che la Politica è un’altra cosa.
E dunque forse le elezioni sono scongiurate, almeno per questa settimana, e si stanno faticosamente mettendo insieme i pezzi di un disegno che possa rispendere ai bisogni di un paese impaurito, incattivito e senza speranza. È un’impresa difficile, ma come scrive Hannah Arendt la politica è un’avventura rischiosa ma esaltante, ed ha bisogno di scommesse che si possono anche perdere, e che però vanno tentate. La scommessa è rispondere ai bisogni reali delle persone, con il governo razionale, e tentare di bonificare il terreno di coltura, l’humus di disagio sociale e culturale, da cui ha tratto alimento la Bestia socialfascista. Il coraggio di chi ha deciso di rispondere con la sfida del governo a chi agita gli spiriti con un’interminabile campagna elettorale sarebbe veramente il cambiamento, dal momento che da Berlusconi in avanti, l’azione politica si è trasformata in una semplice quanto sterile ricerca del consenso, senza che chi lo ha ottenuto abbia mai saputo veramente convertirlo in azioni virtuose e giuste per il bene comune. Viviamo insomma in un clima di perenne incertezza e l’insistenza con cui si chiama in causa il popolo, gli italiani, entità metafisiche inesistenti, conferma la precarietà del nostro essere, in cerca di un ultimo responso definitivo che non arriva mai.
Che cos’è allora il coraggio, in questo tempo disintegrato e senza pace? Di fronte a uno dei suoi discepoli Socrate spiega che il coraggio non è quello dei soldati che in guerra avanzano e affrontano l’avversario, anche se sono più deboli, perché quella è temerarietà; il vero coraggio è continuare a combattere, arretrando, quando si ritiene che sia più opportuno, per mantenere le proprie posizioni, in attesa di ritrovare la forza per riprendere il terreno perduto. Perché il coraggio senza intelletto è soltanto forza che non si sa misurare con la realtà.