Ha vinto l'europeismo critico: ora con i 209 miliardi facciamo dell'Italia un paese più giusto

Conte ha tessuto una terza posizione evitando la retorica dei no euro e la rigidità degli euro burocrati.

Conte e Merkel

Conte e Merkel

Arturo Scotto 21 luglio 2020
Erano in tanti ad aver suonato già il requiem.
Commentatori anche autorevoli vaticinavano di un Governo di ritorno dal vertice europeo ferito e umiliato, pronto a cadere al primo giro di boa. Una disfatta che avrebbe cambiato gli equilibri politici del paese, rimesso finalmente a posto le cose, chiuso la parentesi dell’alleanza tra centrosinistra e cinque stelle, riconsegnato il potere ai cosiddetti campioni dell’unità nazionale, oltre la destra e la sinistra.
Per essere espliciti, solo gli strabici non hanno visto il consolidarsi progressivo di un asse tra liberali à la carte e nazionalisti in salsa padana in prima fila a tifare perché la trattiva saltasse.
L’anomalia si chiama Giuseppe Conte, che ha pazientemente tessuto una terza posizione, che in Italia e in Europa non ha mai avuto un peso reale, schiacciata tra la retorica dei no euro e la rigidità degli euroburocrati. Va chiamata con il proprio nome e cognome: europeismo critico, la sintesi necessaria tra la difesa degli interesse nazionale e il rilancio del sogno degli Stati Uniti d'Europa.
Se soltanto un anno fa ci avessero raccontato che l’Unione varava la cosa più somigliante della storia agli eurobond – il recovery fund – persino con il sostegno attivo dei tedeschi, avremmo pensato a uno scherzo. La crisi del Covid ha cambiato tutto, ma l’esito era tutt’altro che scritto. La fragilità del quadro costituitivo dell'Unione, la prevalenza di un racconto intergovernativo paralizzato dai veti, poteva schiacciare l’Europa, ridurla ad una mera espressione geografica dinnanzi agli strumenti eccezionali messi in campo da Cina e Stati Uniti.
Lo scontro con i frugali era la spia di una sfida molto più profonda, che puntava alla revisione dei trattati, a una politica fiscale comune, a un’idea di sviluppo dell’eurozona che rimettesse al centro la sofferenza di ampi strati popolari che potevano sprofondare nell’accettazione dell’autoritarismo come unico salvagente davanti alla crisi. Decisiva è stata la compattezza dei paesi mediterranei, capaci di rispolverare un piglio negoziale che ha smosso il binomio franco-tedesco, spostandolo in una direzione riformatrice. Non ci è stato regalato nulla in questo negoziato, dunque. La partenza è stata in salita, le aspettative di un flop erano alte e abilmente filtrate dai grandi giornali che facevano da megafono chissà quanto inconsapevole all’ideologica opposizione olandese, solerte dispensatrice di luoghi comuni sull’Italia spendacciona, indebitata e inaffidabile. La svolta del Consiglio europeo impone adesso all’Italia di cominciare a correre sul serio. Trasformare la mole di risorse che arriveranno in un progetto di rinnovamento del paese, non semplicemente in una lista delle spese da affrontare e delle toppe da mettere.
Quei 209 miliardi – tra prestiti e sussidi – possono rendere l’Italia davvero quel paese più giusto ed equo che non è. Ce lo racconta lo scandalo ad esempio delle morti sul lavoro, soltanto ieri a Roma con altre due vittime.
O c’è la consapevolezza della portata storica di questa missione oppure la scommessa di chi puntava all’implosione dell’attuale compagine di Governo oggi o domani sarà vinta. Per vincerla non basta un governo. Quello che il Governo doveva fare lo ha fatto. E con coraggio. Serve una mobilitazione politica, civile e sociale che trasformi le tabelle in vita reale, che riequilibri il rapporto tra stato e mercato, che faccia prevalere il lavoro sulla rendita, che costruisca una coalizione tra classi creative e mondo produttivo.
Questa è la vera condizionalità di cui non possiamo fare a meno.