Sul referendum i mal di pancia 'piddini' sono più di quello che si pensa

Stando ai sondaggi tra iscritti ed elettori prevale il No nel referendum sul taglio dei parlamentari. Anche nel gruppo dirigente c’è una unità a maggioranza di facciata più che reale.

Nicola Zingaretti

Nicola Zingaretti

Aldo Garzia 11 settembre 2020

I mal di pancia tra i piddini sono più di quello che si pensa. Tra iscritti ed elettori – secondo i sondaggi – prevale il No nel referendum sul taglio dei parlamentari. Anche nel gruppo dirigente c’è una unità a maggioranza di facciata più che reale. Forse siamo al capolinea del Pd formato Nicola Zingaretti. Alcuni segnali farebbero capire di sì, a poco più di un anno dalla sua elezione a segretario (17 marzo 2019). Lo scontento infatti cresce nei confronti di chi doveva rivitalizzare il Pd dopo la parentesi della segreteria di Matteo Renzi ricollocandolo con più sicurezza a sinistra e invece non ha risolto nessun problema identitario del partito. E’ riuscito tuttavia nel miracolo di collocare il Pd al governo grazie all’intesa con i 5 Stelle: non poco, pur se con più spine che petali di rose. Proprio il rapporto con i grillini è diventata croce e delizia del segretario Zingaretti. Da qui il Sì al refererendum e l’inseguimento addirittura di un rapporto strategico dopo le aperture – per ora solo a chiacchiere – sulle alleanze venute dalla Piattaforma Rousseau (l’intesa è stata raggiunta solo in Liguria).


Discussione scontata quindi lunedì scorso nella riunione di Direzione dopo la relazione del segretario Zingaretti che ufficializzava la scelta a favore del Sì al taglio dei parlamentari. Ha prevalso cautela perfino nella scelta di separare il voto sulla relazione del segretario da quello sull’indicazione di voto referendario per circoscrivere il dissenso.


Tutto serviva a confermare la lealtà al governo di Giuseppe Conte e al rapporto con i 5 Stelle alla vigilia delle elezioni in sette regioni. L’ordine del giorno sul referendum ha ottenuto così 188 voti favorevoli, 18 contrari (tra cui Cuperlo, Damiano, Zanda, Nannicini, Laura Boldrini), 8 astenuti mentre 11 non hanno partecipato al voto (Orfini e i “giovani turchi”). Niente chiarimenti di strategia. Si discute ormai ogni volta di piccola tattica. Questa volta con giustificazioni, vista la scadenza elettorale ravvicinata a cui si è arrivati senza istruttoria.


Il giorno dopo la Direzione del Pd molti erano scontenti. L’unico a dire le cose come stanno era un “esterno” particolare: Emanuele Macaluso, forte della sua esperienza (96 anni, in segreteria del Pci ai tempi di Togliatti) e del suo ruolo di saggio battitore libero della sinistra. In una conversazione con il Foglio di martedì, diceva: “Il Pd è un animale strano, non ha una struttura territorialmente diffusa, non seleziona classe dirigente. E’, al più, un partito-movimento, un’organizzazione inedita in Occidente”. Ha usato pure parole ruvide nel giudicare Goffredo Bettini, playmaker della segreteria Zingaretti: “Adesso, quando parla lui, sembra l’oracolo di Delfi... Beh, mi viene un po’ da ridere” (pare che Bettini gli abbia scritto una lettera dolendosi per quel giudizio).


In questo magma piddino i bookmaker danno in crescita le azioni di Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna, tra i pochi che ha battuto recentemente il centrodestra ai voti, dialogante con l’area dubbiosa sul rapporto con i 5 Stelle e con i renziani usciti dal Pd o restati dentro. Sua vicepresidente in Regione è poi quella Elly Schlein che piace alla sinistra rosso/verde e che potrebbe avviare una nuova fase di alleanza e confronto nel largo schieramento del centrosinistra. Insomma, Bonaccini ha molte frecce nel suo arco: piace a Matteo Renzi e pure a Elly Schlein. 


Visto più dal di dentro, il Pd resta nell’immediato diviso e confuso sulle prospettive guardando con giusta preoccupazione alle scadenze elettorali del 20 e 21 settembre. Ha fatto per esempio sensazione una dichiarazione di Zingaretti: “Al governo ci stiamo finché fa cose utili”, accompagnata dalla richiesta a Conte e ai grillini di non perdere l’occasione di usare i soldi del Recovery fund. La convinzione largamente diffusa tra i piddini è che si possa comunque traccheggiare al governo fino all’elezione del presidente della Repubblica a inizio 2022. Dopo il voto settembrino, in caso di vittoria dei Sì, ci sarà infatti da ridisegnare i collegi elettorali oltre che mettere mano a una nuova legge elettorale (problema che si porrebbe pure in caso del prevalere dei No). Zingaretti, per convincere i suoi, ha assunto come bussola il progetto di Luciano Violante – vecchia guardia del partito – di “bicameralismo differenziato” annunciando mesi di intenso lavoro parlamentare. Pd e 5 Stelle proveranno infatti a incardinare un ampio progetto di riforma costituzionale per arrivare all’estate 2021, quando scatterebbe il “semestre bianco” che precede l’elezione dell’inquilino del Quirinale.


Questo excamotage retorico risulta però debolissimo: tagliamo intanto i parlamentari e poi si discuterà di riforma elettorale e di altre riforme. Meglio cambiare qualcosa ora per cambiare molto dopo, aggiungono i piddini del Si e pure gli esponenti di Articolo Uno (Speranza, Bersani, non ancora ufficialmente D’Alema). Che cosa cambiare non si chiarisce. Del resto i tre voti contrari di Pd e Leu in Parlamento sul progetto grillino la dicono lunga. Pd e Leu si sono piegati alla fine in Parlamento solo per dare via libera all’attuale alleanza di governo incuranti del merito.   


Ora, in zona Cesarini, ci si augura una vittoria dei Sì da attribuire a Pd e grillini e quindi alla maggioranza di governo in modo da attutire gli effetti di un pessimo risultato nelle elezioni regionali (5 a 2 o 6 a 1). Staremo a vedere.