Il Piemonte e le lunghe file per i tamponi: quando non si rispetta la dignità delle persone

Il presidente della regione ha confessato di non aver dormito, dopo avere appreso che la regione era stata nelle zone rosse: ha perso il sonno ma doveva svegliarsi prima

Tamponi

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Antonio Rinaldis 6 novembre 2020

La notizia è arrivata via social dal Presidente della Regione Piemonte Cirio, che questa mattina ha confessato di non essere riuscito a dormire, dopo avere appreso che la sua Regione era stata inserita nelle zone rosse, con tutto quello che ne consegue, in termini di disagi per i cittadini e le attività economiche.


Ci dispiace che il Presidente Cirio abbia perso il sonno, ma forse bisognava svegliarsi prima, se davvero si voleva evitare un epilogo, che era ampiamente prevedibile.


Non si tratta di esporre dati, tabelle e grafici, è sufficiente la testimonianza di un giorno di ordinaria follia in un hot spot della Provincia di Torino.


E bisogna dirlo, qualcuno deve parlare, perché l’emergenza non giustifica il disagio che le persone comuni e gli insegnanti, categoria alla quale appartengo, stanno incontrando per il semplice fatto di voler continuare a fare il proprio dovere.


Sappiamo che la retorica è uno strumento di propaganda che spesso deve coprire le ingiustizie, gli errori, le cose storte, che vengono nascoste, tralasciate nel chiasso delle celebrazioni. Abbiamo santificato medici e infermieri, li abbiamo considerati alla stregua di soldati che combattono al fronte una guerra contro un nemico terribile e ci siamo allegramente dimenticati dei tagli alla sanità, che hanno ridotto i posti nelle corsie, nelle terapie intensive, nel personale e che hanno generato il collasso di un sistema che rischiava ogni anno di esplodere in occasione delle nomali epidemie influenzali.


Lo stesso destino lo ha subito la scuola pubblica, con il mancato turn over, per cui gli insegnanti che andavano in pensione non venivano sostituiti e quelli in servizio hanno gli stipendi bloccati da tempo immemorabile, con un’edilizia scolastica ferma da decenni, classi pollaio, aule sovraffollate e strumenti digitali fermi al neolitico.


Non c’è stato governo che non abbia promesso almeno una riforma della scuola, ma a parte delle operazioni di pura cosmesi, come le annuali variazioni all’esame di stato delle superiori, si è scelto di cambiare tutto per non cambiare niente, perché in definitiva si trattava di operazioni di pura facciata, a costo zero, perché non c’erano soldi.


E come per la sanità anche per la scuola il virus è stato come una rivelazione, che ha messo impietosamente a nudo la fragilità del sistema, che infatti non ha retto, e adesso è di nuovo costretto a ritirarsi nella frustrante pratica della didattica a distanza, che segna un’evidente sconfitta rispetto ai proclami dell’estate.


Ma in questa grande storia voglio raccontare una storia più piccola, una vicenda molto personale, che però temo riguardi molti miei colleghi che hanno dovuto affrontare la stessa identica odissea.


Sappiamo che, insieme al personale sanitario, gli insegnanti e il personale scolastico sono i più esposti alla possibilità del contagio e quindi accade che se in una classe si verifica un caso di positività fra gli studenti o tra i docenti tutto il consiglio degli insegnanti è immediatamente costretto alla quarantena, anche se non ha avuto contatti stretti con il positivo.


Da quel momento comincia la trafila del tampone.


Siamo in provincia di Torino, nel profondo nord e ci si aspetta che il sistema per l’effettuazione dei test sia efficiente, dal momento che una seconda ondata era stata ampiamente prevista. E invece no, e così accade che, una volta individuato l’hot spot, per avere qualche speranza di riuscire a effettuare il test ci si deve presentare almeno 4 ore prima dell’inizio dei prelievi, e cioè intorno alle 6 del mattino e sperare di riuscire a far parte della schiera degli eletti, perché il numero è quasi sempre insufficiente e le operazioni chiudono alle 14 e 30.


Accade così che si formino lunghe file di auto e che le persone siano costrette a questo esercizio di pazienza dall’esito incerto, in condizioni che definire non umane è persino riduttivo.


Una volta eseguito il tampone, se si è fortunati il responso arriva dopo 3/4 giorni.


Io penso che un lavoratore avrebbe diritto a un trattamento più dignitoso e che qualcuno dovrebbe cominciare a vergognarsi; ed è forse spiegabile, anche se non giustificabile nei suoi tratti più violenti, l’insofferenza crescente nei confronti della gestione approssimativa e superficiale di un evento doloroso e drammatico, che però non autorizza nessuno a trattare l’Altro come una cosa, un oggetto, privo di diritti. Il risultato di questa grandiosa inefficienza è stato l’aumento dei contagi, la decimazione delle scuole, l’ingorgo degli ospedali e dei pronto soccorso. E ora, come ultima tremenda beffa, una nuova dolorosa limitazione delle libertà individuali, e un ulteriore shock per le attività commerciali, che diventa intollerabile alla luce di quello che si doveva fare e non si è fatto.


Il Piemonte è di nuovo chiuso e Cirio non dorme la notte.


Qual è la morale di questa storia? 


Oltre alla rabbia per un incubo che si ripropone, qualcosa si cui si deve riflettere.


       C’è un confine che non può e non deve essere oltrepassato, anche nelle situazioni più difficili, ed è il rispetto della dignità dell’uomo. Quando questo confine viene superato è dovere morale la denuncia e lo scandalo per non dimenticare il disagio e la sofferenza che in questi giorni tristi stiamo subendo, a causa della stupidità umana, insieme alla tirannide del virus.