Noi insegnanti fuori classe per il Covid19, questo non è un dilemma

Paola Gherardi, docente in un liceo a Prato, descrive come il Coronavirus abbia cambiato repentinamente le lezioni, il nuovo rapporto con gli studenti e con la tecnologia

Shakespeare in un murale di Jimmy C., Clink Street, Londra. Fonte Flickr.com

Shakespeare in un murale di Jimmy C., Clink Street, Londra. Fonte Flickr.com

redazione 27 marzo 2020Culture
Cosa implica occuparsi ogni giorno, da casa propria e via web, dei propri studenti? Implica il comprenderne i bisogni instaurando un patto di solidarietà e vicinanza e, anche, comprendere come funzionano le piattaforme. Descrive qui la sua esperienza Paola Gherardi, che insegna lingua e cultura inglese al Liceo scientifico “Niccolò Copernico” di Prato. E conclude fornendo alcuni link utili.
Questo articolo sull’insegnamento a distanza nei giorni del Coronavirus segue una ricognizione tra professori universitari di storia dell’arte (clicca qui) e un intervento della professoressa alle scuole superiori Annalisa Filonzi (clicca qui).

di Paola Gherardi

Fatta eccezione per le aree più colpite del Paese, le zone rosse dove le scuole erano già chiuse, fino alla mattina del 4 marzo le lezioni si erano svolte regolarmen-te, con la crescente attesa di decisioni ufficiali, che molti di noi davano ormai per certe.
Il 4 marzo 2020 siamo usciti da scuola senza guardarci indietro, senza sentire l’urgenza di portarsi a casa qualche libro, lasciando i compiti nel cassetto, pensando di farvi ritorno l’indomani. Sappiamo bene che non sarebbe stato così. Ancora non potevamo sapere quale sfida ci attendesse.
Qui mi fermo un attimo perché ciascuno di noi sa che l’emergenza vera, davanti alla quale tutti devono fare un passo indietro, è quella dei pazienti colpiti dalla pandemia, dei medici, infermieri, personale ausiliario degli ospedali, delle famiglie coinvolte e di quanti hanno dovuto chiudere la propria attività.

Proprio perché questo pensiero non ci abbandona mai, sentiamo la grossa re-sponsabilità di svolgere al meglio il nostro lavoro, noi che possiamo, e fare la nostra parte, che è quella di sostenere gli allievi e le allieve delle nostre classi e di non interrompere la loro formazione. Chi scrive insegna in un grande liceo della Toscana e gli istituti superiori, dopo le università, dove la copertura della didattica a distanza è pressoché totale, sono quelli dove la possibilità di sostituire le lezioni in presenza con modalità a distanza ha incontrato meno ostacoli. Insegnare a studenti più grandi, più autonomi, mediamente ben supportati da dispositivi tecnologici, significa cominciare prima e fare meglio.
Questo non vuol dire che non dobbiamo non farci carico di chi ha meno risorse anzi, vuol dire occuparsi tutti i giorni di tutti i nostri studenti, raggiungere anche chi ha comunque difficoltà delle quali noi, vedendoli tutte le mattine a scuola, poco sappiamo. La sfida è anche e soprattutto questa. Noi docenti siamo il collega-mento più vicino agli allievi e alle allieve, quelli che possono e devono mettere in contatto chi è in difficoltà con le strutture che possono dare una mano. Il Governo, tramite il Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca (MIUR), ha destinato fondi per sostenere la didattica a distanza e raggiungere più studenti possibile. La mia scuola ha messo a disposizione il personale tecnico. Ma siamo noi che, in contatto con loro tutti i giorni, possiamo segnalare bisogni.

Prima di entrare nel merito, occorre pensare che trasferire in toto la nostra didattica in modalità a distanza è ben altra cosa dal servirsi di classi virtuali a complemento della didattica in presenza. Trasferire totalmente il nostro lavoro in remoto è, per la scuola, un’esperienza professionale e umana che non ha precedenti e per la quale la nostra preparazione deve tener conto di fattori imprevedibili e in continuo mutamento. Sappiamo che dobbiamo resistere ancora. Sappiamo che la prossima settimana potrà essere diversa da questa e che le strategie dovranno adattarsi a situazioni e bisogni formativi mutati.
I primissimi giorni sono stati frenetici. Ci siamo trovati a prendere decisioni sog-gette a continue revisioni, a rimodulare quelle che un giorno parevano certezze, e ci trovavamo a smontare il giorno dopo.

La scuola dove insegno, come gran parte degli istituti superiori, disponeva già di una piattaforma per il lavoro a distanza. Se non tutti i docenti ne facevano uso, comunque erano stati attivati corsi per permettere a tutti di utilizzarla, se non per le lezioni virtuali, almeno per la gestione dei documenti interni.
Ma se guardo indietro, forse la cosa che ha permesso a tutti i docenti di avere comunque una alfabetizzazione con le piattaforme web è stata l’introduzione del registro elettronico. Tra noi molti sono dicenti bravissimi ad usare la modalità remota, hanno esperienza di anni e formazione di qualità. Qualcuno un po’ meno. Ma nei giorni immediatamente dopo la pubblicazione del decreto del governo (DPCM del 4 marzo), i docenti sono stati supportati da tantissime iniziative, del MIUR prima di tutto, degli Uffici Scolastici Regionali, delle singole scuole, delle case editrici e non ultimo dal sostegno che tutti noi abbiamo dato e ci siamo dati tra noi.

È stato un vorticoso susseguirsi di contatti, messaggi, webinar (che fonde “web” e “seminar”) istituzionali, studio matto e disperatissimo, ritagli di tempo per pensare un nuovo modo di fare lezione. Le piattaforme in uso sono intuitive, relativamente facili da usare. Io per esempio, mi sono imposta di ragionare come ragionava la nostra, perché solo conoscendone le caratteristiche potevo pensare ad attività adatte. Perché è soprattutto una questione di linguaggio. E in quei giorni ho scoperto la bellezza del tempo per provarci. Per trovare un nuovo modo di seguire i ragazzi e le ragazze a distanza, stabilire con loro un patto di solidarietà e di vicinanza, che rimane il vincolo più importante a cui rimanere legati.

La nostra professionalità è soprattutto un atteggiamento mentale. Ti accorgi di ricorrere mentalmente a quelle strategie che avevi imparato nella tua formazione a distanza, nei corsi di formazione didattica che avevi fatto negli anni e che ora eri tu a dover organizzare, a cercare nell’archivio della memoria i sistemi migliori per disegnare le tue lezioni. Per la prima volta non erano gli studenti e le studentesse ad andare a scuola, ma era la scuola ad andare da loro, a entrare nelle case, nelle loro stanze, ad usare i dispositivi che loro usavano per lo svago e poco per fare scuola.

La tecnologia, come dice Daniela Lucangeli, professore ordinario in Psicologia dell'Educazione e dello sviluppo presso l'università di Padova, non può sostituire l’umano e la sfida è stata quella di creare una connessione emotiva con le nostre classi utilizzando gli strumenti a distanza. È questo che ci spinge a fare e fare sempre meglio. Gli studenti e le studentesse hanno reagito benissimo, lavorano bene, ci cercano, si affidano. E noi dobbiamo fornire loro forme di lavoro graduate, diverse, ispirate alla cooperazione di noi con loro.

Chi, come me, insegna lingua e cultura inglese, ha a disposizione materiale infinito e qualitativamente eccellente. Si tratta di calibrare i tempi, creare attività per dar modo agli allievi e alle allieve, con i loro diversi tempi e stili di apprendimento di sentirsi a loro agio e di autovalutare i loro progressi, si tratta di sostenerli e stimolarli, di incoraggiare e riconoscere sempre il loro lavoro. Adesso è ancora più importante di prima. Passo ore a leggere ogni singolo lavoro che mandano, rispondo a tutti, sempre. Chiedo loro attività diverse, ricevo file audio (che emo-zione sentire le loro voci!), mando audio lezioni preparate da me, link a podcast, a videolezioni presentate da istituzioni internazionali, slide, spunti per lavori creativi, ma soprattutto li saluto ogni mattina con un messaggio - perché non dobbiamo assolutamente mandare solo compiti da svolgere - e ogni post inviato a tutti ogni mattina, contiene la “phrase of the day”, che il primo giorno, lunedì 9 marzo, anche con la speranza che la mia quinta raccogliesse l’invito a non andare ai “100 giorni”, era: “social distancing”. C’è uno spazio in piattaforma che permette alle classi di interagire con commenti e domande sul lavoro che stiamo facendo, io mi affaccio di tanto in tanto per monitorare, rispondere, incoraggiare.

Siamo in contatto molto più di prima. Quando qualcosa compensa una mancanza, quel qualcosa ha grandezze infinite. E poi, naturalmente, ci sono le videolezioni. E anche lì devi trovare strategie nuove e tante ne ho imparate in questi giorni. Una su tutte, a cui non avrei mai pensato: la possibilità di farli lavorare a gruppi e a coppie. Ma per arrivare lì, per calcolare i tempi al secondo, ci vuole tempo e tanto ragionamento.
Concludo con una nota personale, copio due righe tratte da una mail mandata al mio dipartimento al termine di una giornata all’inizio di questa avventura, che ora sembra scritta una vita fa: “è tanto faticoso, mio marito mi trova davanti all’iPad alle 7 del mattino e sono ancora lì alle 7 la sera. Gli occhi bruciano. Ma lo rifarei. E forse da lunedì cambio tutto”.
Per seguire il dibattito di questi giorni sulla didattica a distanza, non sempre a senso unico, potete seguire due tra i principali quotidiani online aggiornati continuamente e dedicati a docenti, dirigenti e personale amministrativo della scuola italiana

Orizzonte scuola (clicca qui)

Tecnica della scuola (clicca qui)

Condorcet. Ripensare la scuola è un’iniziativa di un gruppo di docenti, dirigenti scolastici, genitori, esperti e appassionati di scuola. È un sito web che promuove iniziative di riforma per la scuola italiana (clicca qui)

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