Giro d’Italia, il grande vuoto lasciato da Scarponi. La moglie: mi manchi

L'aquila di Filottrano è ancora presente nel ricordo della moglie, dei colleghi e di tutto il mondo del ciclismo

Michele Scarponi con la famiglia

Michele Scarponi con la famiglia

globalist 6 maggio 2017

Non è sicuramente stato un inizio di Giro felice questa 100esima edizione del viaggio in bici da corsa all’inseguimento della maglia rosa. È partita con un grande vuoto, perché tra i protagonisti sarebbe dovuto esserci lui, Michele Scarponi, se solo un destino atroce non lo avesse portato via a pochi giorni dall’inizio della gara, giunta oggi alla seconda tappa (Olbia-Tortolì).


Michele è comunque presente alla corsa rosa nel ricordo di colleghi e tifosi, ma soprattutto vive nel cuore di sua moglie. Anna Tommasi, rimasta vedova con due gemelli. Anna affida a Instagram i suoi messaggi d'amore e struggenti. Come quello che accompagna il video di saluto mandato in onda nel giorno della presentazione delle squadre: "Le parole, i sentimenti , il mio cuore ... tutto ha la forma di te... #impossibiledadescrivere #mimanchi".


Il ciclista marchigiano – l’aquila di Filittrano – risuona dappertutto, tra i ciclisti, i tifosi e le squadre. E nelle parole della moglie che non riesce ancora ad arrendersi a questa morte beffarda, che si è portata via un grande uomo, il suo grande amore:


“Aspettavo che arrivasse il giorno di recupero per poterti trascinare sulle montagne, a 3000 m, dove potevamo stare tranquilli. Mi dicevi: 'Sono l'unico ciclista che il giorno di recupero fa più fatica che in allenamento...'. Ma per farmi felice mi accompagnavi". Una foto sorridente, accanto a questo messaggio d'amore, postato sui social la scorsa notte, poco dopo quello struggente video di saluto mandato in onda nel giorno della presentazione della centesima edizione della Corsa Rosa accompagnato da un semplice "Mi manchi". Piccoli gesti per provare a lenire il dolore e per provare, poco a poco, a riprendere in mano la propria vita. Per sé e per i due bambini.


E una morte a cui il ciclismo italiano non si è ancora abituato.