Gli storici Pivato: dietrofront, Bartali non salvò ebrei. Brocci ribatte: è negazionismo, li salvò

Gli autori di un libro in uscita giudicano inventati i salvataggi compiuti dal ciclista. Lo studioso del campione dice a globalist: “Le testimonianze provano che fu un Giusto”

Gino Bartali

Gino Bartali

Redazione 16 gennaio 2021Culture

di Marcello Cecconi



Tornano a fiorire polemiche intorno a Gino Bartali, il “Giusto fra le nazioni”. Il campione, durante l’ultima guerra, non avrebbe mai trasportato documenti falsi con la sua bicicletta per salvare centinaia di ebrei dalla furia nazifascista. A rimettere in discussione la figura e il ruolo del ciclista è un nuovo libro in uscita: lo   hanno scritto a due mani, Stefano Pivato e il figlio Marco. Viene sovvertita, così, tutta un’impalcatura di verità che sembrava assodata intorno alla storia eroica di Bartali. In questo libro, L’ossessione della memoria. Bartali e il salvataggio degli ebrei: una storia inventata, Edizioni Castelvecchi, (pp. 104, euro 13,50) il giudizio è tranciante: tutto falso. Ma Giancarlo Brocci, che ha conosciuto il campione e ha scritto un saggio su di lui, boccia questa tesi e spiega a globalist: «È negazionismo per fare pubblicità al libro».

Lo studioso di storia contemporanea dell’Università di Urbino, Stefano Pivato, non ha dubbi e, piaccia o non piaccia, consegna ai lettori e agli sportivi una sua nuova verità. Rimettendo in discussione quello che, in passato, lui stesso aveva accettato.  Insomma, le testimonianze sulle quali si basa la comune vulgata sono ritenute, ora, non sufficientemente documentate poiché il campione non avrebbe mai percorso in sella alla sua bicicletta il tratto che dalla stazione di Terontola in Toscana porta al convento di Assisi, nascondendo nella canna della sua bicicletta, scottanti documenti. 

«La vicenda non fa onore neppure a quegli storici che hanno avallato quella leggenda – confessa Stefano Pivato a Corriere.it - I libri sulla Resistenza, sulla Shoah o sulle vicende sportive che hanno attraversato l’Italia del Novecento hanno fatto propria quella fantasiosa ricostruzione. Fra questi c’è anche il sottoscritto che, nell’ultima edizione di un fortunato libretto dedicato alla vicenda politica di Bartali, ha finito per accreditare quella leggenda senza le necessarie verifiche». Lo storico fa poi una seria autocritica: «Tutto questo a conferma che quella narrazione, non priva di toni fra il fantastico e il fideistico, certifica, almeno in parte, il divorzio intervenuto fra la storia e la memoria. E di fronte a queste sviste è legittimo invocare una delle regole richiamate decenni fa da Edward Carr in quel delizioso libretto, Sei lezioni sulla storia, sul quale si sono formate schiere di ricercatori alle prime armi: 'L’accuratezza è un dovere non una virtù'».


Camera dei deputati, il "Giorno della memoria" 2020 in onore di Gino Bartali

La notizia ha già messo sul chi va là Giancarlo Brocci, che Bartali non solo l'ha conosciuto personalmente, ma che sul ciclista ha scritto importanti e documentati libri, Il mito oscurato del 2000 Protagon Editori Toscani (pag. 318, euro 12,91) e nel 2020, Bartali, l'ultimo eroico. L'uomo di ferro nato per il Tour per Minerva Edizioni (pag. 224 euro 16,90).  Giancarlo Brocci conosce bene il mondo del ciclismo in quanto è un organizzatore di eventi cicloturistici poi confluiti, dal 1997, nell’Eroica, la sua più amata creatura ispirata al ciclismo classico che dalle strade bianche della Toscana è stata poi esportata con successo in molte altre parti del mondo. Con questa intervista verifichiamo il suo umore e il suo giudizio su un libro che cambia così radicalmente le carte in tavola. 

Perché secondo lei, in questo libro che sta facendo clamore prima della sua uscita, uno storico come Stefano Pivato ha sovvertito la tesi che lo stesso storico, uno dei maggiori conoscitori delle vicende bartaliane, aveva da sempre sostenuto?

Difficile capirlo ma la prima considerazione che faccio è che in questo periodo, dove il negazionismo fa tanto clamore, con una tesi così esplosiva e inaspettata si possa ricavare pubblicità per il libro in uscita. Il bisogno di andare a ridiscutere un caso o comunque a sostenere un’insufficienza di prove avrebbe senso se lo si facesse per una presunta innocenza in caso di colpevolezza. Qui non si tratta di questo, siamo di fronte a un caso di assoluto valore pedagogico, un esempio positivo e quindi prima di tutto mi dico: perché sciupare una bella storia con la ... verità? Per quanto mi riguarda io sono sicuro che Bartali abbia compiuto atti a favore degli ebrei e i racconti di Giorgio Goldenberg, uno dei due figli della famiglia ebrea che lui ospitò a sprezzo del rischio, lo dimostrano. La testimonianza diretta in vita di quest’uomo è infatti servita per il riconoscimento di “Giusto fra le nazioni” dello Yad Vashem di Gerusalemme. In più posso dire che Paolo Alberati, il giornalista e scrittore che ha prodotto un’approfondita tesi di laurea su questo tema, ebbe la dispensa vaticana per recarsi al convento di clausura di Assisi a incontrare due suore ultranovantenni, dove raccolse e registrò testimonianza del nitido ricordo di questo ciclista che arrivava più volte al convento, abbronzatissimo e con pantaloncini corti.

Pare che lo Yad Vashem, l'ente della memoria di Gerusalemme, non voglia dare accesso alla documentazione testimoniale che ha portato a dare il riconoscimento israeliano a Bartali. Che opinione ha di questo?

Signori, non è processo, è solo un libro! Con quale diritto i Pivato vanno a chiedere le prove ad altri? Anche l'amico Paolo Alberati mi ha riferito che si è rifiutato di concedere le sue registrazioni sapendo che chi le cercava lo stava facendo per sovvertire una tesi a tutti i costi screditando una vicenda esemplare ormai consolidata.  Documentazione precisa e importante si trova anche nel libro dei due canadesi, i fratelli Aili e Andres McConnon, quest’ultimo ricercatore storico attento, La strada del coraggio del 2013, edito da 66th and 2nd (pp. 340, euro 18).

Lei che ha conosciuto personalmente Bartali a cosa pensa sia dovuto il fatto che non avesse mai parlato di queste sue gesta?

Alla sua riservatezza. Posso ben affermarlo in quanto, in quei primi anni che mi occupavo di organizzare eventi cicloturistici nel Chianti, è venuto spesso a Gaiole in Chianti e abbiamo trascorso molto tempo insieme constatando la sua estrema semplicità lontana anni luce dal senso del business del ciclismo che pure c’era anche a suo tempo e che si nutriva della rivalità con Coppi che andava sempre più a beneficio di quest’ultimo. Sono convinto che era uomo che raccontava con chiarezza la verità, o almeno quella verità che lui percepiva, e lo faceva nel solco dei principi del vero cattolico osservante, le cose buone si fanno ma non si dicono.

Ecco, infatti, nemmeno la moglie lo ha mai saputo, perché?

Certo, in linea a i suoi principi, ma in questo caso con in più uno spirito protettivo, la voleva tenere al riparo da qualche possibile rappresaglia.

Per finire, le ha mai parlato Bartali della vittoria del Tour del 1948 e del collegamento con l’attentato a Togliatti? Insomma si rendeva conto del ruolo di salvatore dell’Italia dalla guerra civile?

Certo che se ne rendeva conto, tutti a quei tempi gli facevano percepire riconoscenza per questo, del resto come sappiamo Togliatti stesso era gran tifoso di Bartali e si racconta che appena si svegliò dall’anestesia si rivolse all’amico Massimo Caprara e per prima cosa chiese se Bartali avesse vinto il Tour. Si, Bartali era un semplice ma era cosciente della sua forza di atleta proprio come lo era Coppi. Non è un caso che mi sono permesso di proporre al Presidente Mattarella di farli entrambi “Padri della Repubblica”, le loro imprese sono servite a far rialzare l’Italia nel decoro e nella dignità che le vicende controverse della seconda guerra mondiale avevano messo in forte discussione. Infatti quando Paolo Conte nella sua canzone dedicata a Bartali canta “tra i francesi che s’incazzano” non è un caso perché allora perdere per mano di un italiano, e per di più nello sport più popolare di Francia, non era ammissibile.

Insomma questa nuova tesi è un golpe al "Giorno della Memoria", 27 gennaio, e un piccolo affondo anche a Papa Bergoglio che a fine anno, alla Gazzetta dello Sport che gli chiedeva quale fosse la pagina dello sport che ricordava con più piacere, citava proprio quella di Gino Bartali: “Pedalava per centinaia di chilometri ogni giorno sapendo che, qualora lo avessero fermato, sarebbe stata la sua fine. Così facendo offrì una vita nuova a intere famiglie perseguitate dai nazisti, nascondendo qualcuno di loro anche a casa sua. Si dice che aiutò circa ottocento ebrei, con le loro famiglie, a salvarsi durante la barbarie a cui vennero sottoposti. Diceva che il bene si fa e non si dice, se no che bene è? Lo Yad Vashem lo considera ‘Giusto tra le nazioni’, riconoscendo il suo impegno".
E allora adesso, anche per il Papa, come avrebbe detto Bartali, “gli è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”?