Riempire i vuoti, lenire il dolore: Viola Graziosi legge ‘Biografia della Fame’ di Amélie Nothomb

Su Firenze Tv l'attrice legge due testi tratti da 'Biografia della Fame' di Amélie Nothomb (Voland, traduzione di Monica Capuani)

Viola Graziosi. Foto di Tommaso Salamina

Viola Graziosi. Foto di Tommaso Salamina

di Giuseppe Cassarà 


“La fame sono io. Per fame, intendo quel buco spaventoso di tutto l'essere, quel vuoto che attanaglia, quell'aspirazione non tanto all'utopica pienezza quanto alla semplice realtà: là dove non c'è niente, imploro che vi sia qualcosa”.


Quando, nel 2005, Amélie Nothomb pubblicò ‘Biografia della fame’ (Voland, traduzione di Monica Capuani), non poteva avere in mente il Covid-19. Non immaginava quel vuoto che ora attanaglia le esistenze di tutta l’umanità, al silenzio che riempie i teatri, privi dei corpi e delle voci degli attori e del pubblico. Ma, come Nothomb, imploriamo anche noi che vi sia qualcosa, in questo vuoto. Un senso, una catarsi che dia di nuovo forma al mondo.


Viola Graziosi, che ha scelto proprio il testo di Nothomb per una lettura su Firenze Tv, ne è convinta: “Se il ruolo dei medici è salvare il corpo, quello di noi attori è sanare l’animo. È una necessità fondamentale per la ripresa umana del paese”.


Dove mancano i corpi, rimangono le voci: è questa l’intuizione dietro la bella iniziativa del Teatro della Toscana, nata da un’idea dell’assessore alla cultura della città di Firenze Tommaso Sacchi e del direttore generale della Fondazione, Marco Giorgetti, che da marzo sul suo canale YouTube ha ospitato diversi artisti per delle letture nel tempo del Covid.


Come mai ha scelto questi testi da ‘Biografia della fame’?


“Se non si ha fame, non si ha vitalità. Il senso del libro è questo, ovviamente ampliato a una fame anche diversa da quella fisica. Ho scelto questi brani anche per la loro vicinanza alla situazione del paese. Penso agli artisti: la loro ‘fame’ non è certo finita, non siamo usciti dal periodo di crisi. L’Italia starà anche riaprendo, ma i teatri sono ancora vuoti, per necessità. E dalla necessità può nascere la creatività. L’impulso creativo è generato dalla fame, e la fame può essere uno stimolo. Mi sembra di buon auspicio vederla in questo modo. Siamo di fronte a nuove possibilità di divulgazione della cultura, che spero possano mantenere viva la relazione con il pubblico. Forse, alcune di queste nuove forme potranno rimanere anche dopo l’emergenza”.


Qual è il ruolo dell’artista, secondo lei, in un momento come questo?


Posso parlare del ruolo che abbiamo noi attori, che comporta una grande responsabilità. Pensiamo ai lutti: il momento difficile è dopo che la marea è passata, quando rimane un vuoto da colmare. Ecco, ora ci troviamo in questo momento: le persone hanno bisogno di lenire questo dolore, di trovare una catarsi, un senso a quanto accaduto. Le parole dell’attore sono indirizzate in questa direzione. Soprattutto, abbiamo la responsabilità di ricordare a noi stessi e al pubblico la nostra fragilità: il mondo non inizia e non finisce con noi. Dobbiamo metterci da parte, perché se vogliamo che il pubblico torni a teatro, che corra quello che è purtroppo un rischio, dobbiamo offrire qualcosa di più che la nostra performance. Dobbiamo regalare un’esperienza, una cura per l’anima. Dobbiamo trovare le parole giuste, perché le parole sono creatrici di vita, di senso, di significato. In questo tempo in cui non possiamo essere fisicamente vicini al pubblico, ripartire dalla voce è fondamentale. E forse, qualcosa rimarrà, e il rapporto con il pubblico sarà ancora più stretto.


Con Audible ha lavorato spesso, leggendo diversi romanzi. Conosceva già la forza che può avere la sola voce dell’attore?


Le letture ad alta voce sono una grande palestra per l’attore. Per questo è un lavoro che mi ha subito appassionata. Ho avuto la fortuna di lavorare con Audible fin dall’apertura della piattaforma online, e la cosa che mi fa più piacere è che in molti mi hanno scritto, dopo aver ascoltato alcune letture, dicendomi ‘sembrava di sentire l’autore’. Quando leggi un romanzo ad alta voce, più che con i personaggi entri in intimità con l’autore, diventi il suo testo, ogni parola, virgola, punto. È un equilibrio molto fragile: devi dare intensità al racconto ma al contempo diventare invisibile, perché le persone non vogliono sentire me, Viola Graziosi, ma vogliono ascoltare la storia. L’attore in questo caso diventa guida, accompagna il lettore, è un canale tra l’autore e il pubblico. È un lavoro importante, perché insegna agli attori a non prevaricare il testo, ad affidarsi solo alla voce. La voce umana è la prima cosa che sentiamo, ciò cui ci aggrappiamo fin dai primi istanti di vita. Si crea un rapporto molto intimo, ascoltando la sola voce di un attore.


A cosa ha lavorato di recente?


 Uscirà a breve il terzo audiolibro di Maurizio De Giovanni, ‘Una lettera per Sara’ (Mondadori/Rizzoli). Ho letto anche i due precedenti romanzi della saga. De Giovanni ha una scrittura vivida, crea dei personaggi molto reali, e forse proprio per questo la saga di Sara Morozzi potrebbe diventare una serie televisiva. La lettura dei suoi romanzi è sempre atletica, ci sono dialoghi molto fitti e la voce cambia continuamente tono e intensità, per adattarsi a queste personalità così decise.


Poi per Fazi Editori (prossimamente disponibile su Storytel) ho da poco finito di registrare un altro libro di Elisabeth Jane Howard, di cui per Emons ha già registrato ‘All’ombra di Julius’. Questa volta si tratta di ‘Cambio di rotta’, un romanzo del 1959, definito all’epoca fra i migliori libri dell’anno insieme a ‘Lolita’ di Nabokov. E in qualche modo lo ricorda, perché racconta dell’arrivo di una giovane ragazza che sconvolge la vita di una coppia borghese di Londra.


Nelle prossime settimane registrerò altri due audiolibri, entrambi editi da Newton Compton Editori, entrambi esclusive Audible Original: ‘Delitto a Villa Fedora. Le indagini del commissario Chiusano’, di Letizia Triches, che narra di un delitto avvenuto nella magnifica villa di una famiglia di cineasti romani, nel quartiere Coppedè. E poi ‘I custodi della pergamena del diavolo’, di Francesca Ramacciotti, un thriller storico dove intrighi e delitti si consumano a ritmo serrato su due piani temporali, ovvero tra il 1117, durante la costruzione della torre di Pisa e oggi, di fatti che si intrecciano in modo enigmatico e danno luogo a un’avventura molto pericolosa”.


Un periodo pieno di bei progetti insomma. E per un ritorno sullo schermo?


Purtroppo, per quanto riguarda i set al momento è tutto fermo. Ma, come dicevo all’inizio, la situazione sta generando delle nuove forme di creatività. Per esempio, con mio marito Graziano Piazza stiamo lavorando a un testo teatrale sulla figura di Elena di Troia, che speriamo di poter portare in scena quest’estate, e sempre con Graziano e con il regista Luca Alcini ci siamo inventati un format, dal titolo ‘L’amore ai tempi del Virus’: in chiave ironica cerchiamo di mettere in scena le difficoltà degli attori di fare il loro mestiere al tempo del Covid, per esempio con l’impossibilità di Romeo e Giulietta di baciarsi: come lo racconti l’amore senza il contatto? Queste sono tutte sfide cui dovremo rispondere, e sarà importante un sostegno da parte dello Stato a tutti i lavoratori dello spettacolo. Bisogna pensare a una ricostruzione del mezzo teatrale, gli artisti hanno bisogno di sostegno insieme ovviamente a tutti coloro che ci permettono di salire sul palco. L’arte è fondamentale per rimettere in atto una relazione culturale.


Stiamo cercando di vedere questi nuovi limiti come modi per trovare altre vie, altre forme di racconto. Io penso all’arte in questo periodo come una pianta che cresce nel cemento: le difficoltà sono enormi, ma la voglia di vita è più grande. Il teatro ci manca, ma sta venendo fuori molto, e spero che il rapporto con il pubblico possa essere sempre più stretto quando potremo, finalmente, tornare in scena.