L'oscura guerra di Siria verso un difficile epilogo

Bombe israeliane a colpire assieme Assad e l'opposizione siriana. 50 Paesi occidentali e islamici a Parigi decidono la fine del regime. Ma è un pasticcio. [Ennio Remondino]

Ennio Remondino 31 gennaio 2013
[b]di Ennio Remondino[/b]



[b]Le bombe arrivano sempre ultime.[/b] Anche quelle israeliane dell'altra notte sulla Siria. Prima delle bombe c'è la scelta del destinatario. Non solo del bersaglio in sé, ma del messaggio che esso doveva consegnare. L'obbiettivo apparente degli attacchi israeliani -tre raid sembra- un convoglio che dalla Siria trasportava armamenti verso il Libano, probabilmente una partita di missili anti-aerei di fabbricazione russa, gli SA-7 destinati a Hezbollah. Assad e i sui amici attorno. Apparentemente. Assad incassa l'aiuto politico della «aggressione sionista» e chiama il popolo alla resistenza. L'opposizione organizzata e sostenuta dall'occidente e dai suoi amici arabi, traduce la sua parte di messaggio. Troppa jihad estremista e “qaedista” tra gli strani alleati accolti in chiave anti Assad. Gli Usa dal New York Times ammettono di essere stati informati e danno a Tel Aviv il “ricevuto”.



[b]Soldi e armi per la resa dei conti finale.[/b] La sigla è imponente: “National Coalition of Syrian Revolutionary Opposition Forces”, l'acronimo per sottintenderla è l'impronunciabile “NCSROF”, tutto maiuscolo per dare autorevolezza dove manca. Parigi, 27 gennaio 2013, oltre 50 Paesi occidentali e islamici hanno provato a capire e/o indirizzare lo scenario prossimo della crisi siriana. Ma come noto, le rivoluzioni costano. L’NCSROF, ombrello di coordinamento dell’opposizione armata presieduta da Sheikh Moaz al Khatib e impossibilitata a formare un “Governo Transitorio” sul modello sperimentato in Libia. Le servono armi e soprattutto soldi. 500 milioni di dollari per le prime necessità! Il problema dell’armamento e degli immediati, corposi finanziamenti fa parte della strategia che -hanno affermato a Parigi- è pronta per l’assalto finale al regime di Bashar al Assad.



[b]Strategie e tattiche, i punti salienti.[/b] L’Unione Europea ha imposto alla Siria un embargo sulle armi prorogato nel dicembre 2012 di altri tre mesi, quando Bruxelles dovrà decidere, con voto all’unanimità dei 27 Paesi membri, se revocare in tutto o in parte l’embargo. Decisione il cui obiettivo di fatto è l’istituzione di una “no fly zone” nelle “aree liberate” all’interno della Siria -torna il modulo libico- dando spinta e ufficializzazione alla parcellizzazione del Paese e a una guerra basata su divisioni settarie ed etnico-religiose. In realtà, ai ribelli le armi continuano ad arrivare. Ad Antakya, a poche centinaia di metri da una caserma della Gendarmeria turca, c’è la base di accoglimento, reclutamento e addestramento dei combattenti provenienti da diversi paesi islamici e no del “Fronte Jabhat al Nusra”, la frangia più estremista dell’opposizione.



[b]Amicizie pericolose.[/b] Il Fronte Jabhat al Nusra conserva autonomia dall’NCSROF ed è -fatto davvero singolare- incluso ancora oggi dagli Usa nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. Adotta il modus operandi dell’originaria Al Qaida, quello dei primi anni ’90, con la scuola di guerriglia della “casa di reclutamento” di Peshawar, ed esporta la strategia combattente della “Islamic State of Iraq”, l'Isi, di matrice qaedista/deobandi, utilizzando autobombe e kamikaze, con il dichiarato fine di “proclamare uno Stato Islamico nelle zone liberate”. Situazione estremamente delicata e pericolosa soprattutto per la parte occidentale degli anti-Assad. Non è un caso che contestualmente al vertice francese, il presidente statunitense si dichiari pronto all’intervento ma 'con la necessaria prudenza', con la scusa di escludere il ricorso del regime all’uso di armi chimiche.



[b]Le bombe israeliane d'avvertimento.[/b] I tre bombardamenti israeliani effettuati nella notte su convogli di trasporto armi siriani parlano chiaro. Traduzione pratica delle minacce indirizzate a Damasco dal Primo Ministro israeliano che, dopo aver incontrato Re Abdallah di Giordania a fine dicembre, non aveva escluso un attacco preventivo contro “gli arsenali chimici siriani” per impedire che finiscano sotto il controllo di Hezb’Allah libanese o dei jihadisti presenti all'interno dell' ”Esercito di Liberazione Siriano”, l'Els, dando corpo alle confessioni rese dal generale Abdul Aziz Jasim al Shalali, ex capo della Polizia militare siriana, defezionista rifugiato in Turchia. Nessuna eco, invece, alle dichiarazioni di Bashar al Assad a un giornale libanese filo-siriano dove sostiene che se la Turchia facesse venir meno il supporto ai “ribelli” la guerra finirebbe “in due settimane”.



[b]Tragedia tenuta a basso profilo.[/b] Scarsa attenzione mediatica per l’allarme, contestuale al Vertice politico-militare francese, lanciato dal “World Food Program”, dall'Onu e dalla “Red Crescent” siriana sulla gravissima crisi umanitaria e alimentare che sta attraversando il Paese. 9.000 volontari e 110 Ong distribuiscono cibo ad oltre 2 milioni di indigenti. Un milione di sfollati interni e altrettanti impoveriti per il collasso economico delle famiglie inurbate e rurali. Pesano le sanzioni adottate da Usa, Ue e Consiglio di Cooperazione del Golfo, che hanno fatto crollare del 30% l’economia. La devastazione delle infrastrutture civili ed energetiche ha lasciato la popolazione priva di acqua e carburante. Tra 40 e 60 mila le vittime denunciate, oltre ai 600 mila rifugiati su 2 milioni di sfollati. Emergenza umanitaria di emergenza -stime Onu- almeno 4 milioni di dollari subito.



[b]I dubbi russi che ora affiorano. [/b]Ma la politica internazionale si muove incerta su tutti i fronti. Durante il Vertice di Davos di pochi giorni fa il primo ministro russo Vladimir Medvedev ha lamentato l’iniziale inerzia del presidente siriano, incapace di cogliere l’occasione di negoziare con l’opposizione pacifica, mentre ora la sue possibilità “di mantenere il potere si assottigliano ogni giorno di più”. Va ricordato che solo un mese fa, l’inviato di Onu e Lega Araba per la Siria, Lakhdar Brahimi, e i russi avevano rilanciato un’iniziativa di pace finita nel nulla. Come accaduto per le proposte dell’Iran e dallo stesso Bashar. Preso in considerazione ma escluso l’eventuale esilio di Assad a Barvikha, villeggio nei pressi di Mosca, la cosiddetta “città dei dittatori” che ospita già l’ex presidente del Kirghizistan, Askar Aksayev, e l’ex leader separatista dell’Agiaria, Aslaan Abashidze.



[b]La Russia evacua i suoi cittadini.[/b] Eppure la Russia post sovietica resta a suo modo chiara. Martedì aveva iniziato a evacuare i suoi cittadini dalla Siria. Quattro bus con quasi un centinaio di russi, per lo più donne e bambini, arrivati alla frontiera Yabous Jdaidet, che collega la Siria con il Libano. Ovviamente i funzionari russi hanno respinto le voci dell'inizio di una evacuazione di massa. Altri invece deducono che Mosca sta riconoscendo l'aprossimarsi del crollo finale del regime di Damasco. L'Associated Press ha parlato con l'analista militare russo Alexander Golts, che ha spiegato come l'evacuazione di migliaia di russi dalla Siria richiederebbe la presenza di truppe russe sul terreno e probabilmente l'uso di mezzi aerei e navali. Finora, tuttavia, i diplomatici russi insistono sul fatto che l'evacuazione non è in atto e neppure in programma. Probabili bugie diplomatiche con interrogativi a catena.



[b]Resisterà in veto russo cinese all'Onu?[/b] Le dichiarazioni del premier russo a Davos possono preludere all’astensione dal diritto di veto in sede di Consiglio di Sicurezza Onu, che, con quello cinese, aveva finora evitato la replica della guerra libica. E’ questo lo scenario possibile tracciato a Parigi, perché le Forze Armate siriane non potrebbero reggere la preponderante capacità militare di una coalizione nemica esterna. Scenario che si delinea e prende corpo quando a Marrakesh gli “Amici della Siria” -130 Paesi occidentali e islamici- hanno riconosciuto l’NCSROF “come rappresentante legittimo dei siriani, organizzazione ombrello dell’opposizione”. Poche ore prima, il Presidente Usa aveva annunciato in tv l’intenzione di riconoscere quell’opposizione che già aveva incassato l'ufficializzazione da Francia, U.K., Italia e dal Consiglio di Cooperazione del Golfo.