Turchia alle urne: l'assalto di Erdogan per diventare Sultano

'Evet' contro 'Hayir'. Il Sì contro il No. 55 milioni di turchi decideranno sulla svolta presidenziale. Erdogan potrebbe governare fino al 2029.La strategia del terrore dal golpe al Referendum: il voto dei curdi decisivo

Un poster elettorale

Un poster elettorale

globalist 16 aprile 2017

di Matteo Garavoglia


Nel giorno che per i cattolici di tutto il mondo rappresenta la Pasqua, 55 milioni di cittadini turchi sono chiamati ad esprimersi sul futuro istituzionale del loro Paese. Il referendum costituzionale promosso da Erdoğan potrebbe trasformare l’ex impero ottomano da una repubblica parlamentare ad un regime presidenziale “alla turca”, come molti analisti hanno definito questa riforma denunciando i rischi di una seria svolta autoritaria.


LEGGI: Turchia: 4 ong internazionali cacciate dal Paese, tra cui l’italiana Cosv


Quali sono i principali punti critici? Stabilito che il progetto di modifica andrebbe a toccare in maniera massiccia i poteri dell’esecutivo, legislativo e giudiziario, la prima questione riguarda le facoltà del presidente. L’abolizione della figura del primo ministro, la possibilità di nominare i ministri e il mantenimento del ruolo di capopartito permetterebbero al presidente eletto a suffragio universale di occupare tutta la sfera dell’esecutivo. Un po’ come se Mattarella fosse al tempo stesso segretario del PD, primo ministro e simbolo dell’unità d’Italia.


Il mandato presidenziale è allungato di cinque anni, rinnovabile una volta con le prossime elezioni, in contemporanea alle legislative, previste per il 2019. Facendo un rapido calcolo, l’attuale presidente turco Erdoğan potrebbe governare fino al 2029 (venne eletto per la prima volta nel 2003).


LEGGI: La strategia del terrore dal golpe al Referendum: il voto dei curdi decisivo  
Il potere legislativo rimarrebbe in mano ad un parlamento, aumentato a 600 deputati, legato a doppio filo con il partito vincente e con delle procedure di controllo nei confronti della figura presidenziale assai articolate e complesse.     
Inoltre, considerando l’articolo che prevede la facoltà del capo di Stato a nominare dodici dei quindici membri della Corte costituzionale e sei dei tredici componenti dell’Alto consiglio della magistratura, si capisce come la bilancia del sistema di pesi e contrappesi scivolerebbe nettamente a favore del presidente della Repubblica.


I sondaggi danno il sì in vantaggio di due punti percentuali. La partita, dunque, è aperta. Da una parte ci sono i sostenitori di Erdoğan, le televisioni pubbliche e gli apparati di Stato. Dall’altra c’è il mondo accademico, seriamente colpito dopo il colpo di Stato del luglio 2016, e tutta l’opposizione, dai partiti di sinistra ai curdi. Più la percentuale sarà alta, maggiori possibilità avranno i sostenitori del no.


L’Unione europea, intanto, guarda con seria attenzione agli sviluppi del referendum turco. Se già i negoziati d’adesione all’Ue iniziati nel 2005 sembrano essere ad un punto morto, le recenti parole di Erdoğan sullo ristabilimento della pena di morte suonano come una pietra tombale: “Credo, se Dio lo vuole, che il Parlamento farà il necessario per l’approvazione della pena capitale dopo il 16 aprile”.
Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha risposto rincarando la dose: “Se la pena di morte sarà reintrodotta in Turchia, questa sancirà la fine delle negoziazioni”.