Erdogan diventa Sultano tra le accuse di brogli: Turchia divisa in due

La vittoria del referendum crea la figura dell'uomo forta ma apre una grossa fase di tensioni interne

Erdogan

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globalist 17 aprile 2017

Il risicato 51,3 per cento, accolto come una vittoria certa dalla leadership di Ankara, già da ieri sera è stato fortemente contestato dai partiti d’opposizione che hanno denunciato brogli e irregolarità nella procedura, e hanno annunciato per oggi ricorsi ufficiali al risultato, che ha assegnato la vittoria al Sì. Mentre migliaia ci di cittadini si sono riversati in strada a protestare.


Il Chp (Partito repubblicano del popolo) che ha contestato complessivamente 2,5 milioni di voti, ha denunciato una seria irregolarità di procedura riguardante almeno 1,5 milioni di schede, dovuta alla decisione del Consiglio elettorale supremo (Ysk) - giusto a qualche ora dalla chiusura dei seggi - di accettare come valide anche le buste senza il timbro ufficiale.


Il Ysk si è giustificato indicando alcuni precedenti (2004 e 1994) in cui tali schede erano state ammesse, senza però menzionare che la legge elettorale del 2010 ha espressamente vietato le buste senza timbro e aggiungendo di avere deciso di accettarle "su richiesta dell'Akp" - come ha affermato il presidente Sadi Güven.


"Non si possono cambiare le regole del gioco a metà", ha affermato il leader Chp Kemal Kiliçdaroglu, mentre Meral Akgener, nazionalista MHP distaccatasi dalla linea ufficiale del partito, ha detto che "il Consiglio ha commesso un crimine" e che "la Turchia non può proseguire con quest'onta".


Affluenza al voto. L'affluenza al voto si è registrata all'86% su oltre 56 milioni di elettori in 81 province. Il primo dato riguarda la perdita di consensi del blocco Akp-Mhp (rispettivamente il Partito della giustizia e dello sviluppo e il Partito di azione nazionalista) sostenitori del sì, rispetto alle elezioni del 1 novembre 2015, che ha registrato un calo di 10, 7 punti percentuali. Il "sì" è rimasto anche al di sotto del 51,7% ottenuto da Erdogan per l'elezione presidenziale del 2014. Il blocco ha perso consensi in 63 province, confermando quanto anticipato da diversi sondaggi precedenti al referendum, riguardo al mancato supporto di parte della base elettorale dei due partiti al progetto presidenziale di Erdogan.


I dati mettono in evidenza che il "no" ha vinto nelle città principali tra cui Istanbul (51,4%), Ankara (51,2%) e Smirne (oltre 70%). Ad Istanbul il "no" ha prevalso anche nel distretto di Uskudar, dove risiede Erdogan.


Voti dei curdi. La ridotta capacità politica del partito filo-curdo Hdp (Partito della democrazia e della pace), dovuta agli arresti dei membri e dei dirigenti del partito, nonché al commissariamento di diversi comuni gestiti da amministrazioni filo-curde, hanno causato un calo di voti sul fronte del "no" nelle province sudorientali a maggioranza curda. Mentre qui l'affluenza alle urne si è registrata attorno al 75-80% , il blocco Hdp-Chp per il "no" ha avuto una perdita media di circa 7 punti percentuali rispetto alle elezioni del 1 novembre 2015.


Anche nelle province del sudest sono stati riportati casi di irregolarità e episodi di ostracismo nei confronti dei membri HDP presenti ai seggi. Il portavoce del partito Osman Baydemir ha detto che presenteranno ricorso al Consiglio elettorale, "i risultati non sono da considerarsi definitivi finché non avremo ottenuto risposta alle nostre contestazioni", ha affermato Baydemir.


Prospettive future. La vittoria risicata del si pone sicuramente la Turchia davanti a diversi interrogativi. Il piano del presidente Erdogan è sostenuto solo dalla metà della popolazione. Il che si traduce in una Turchia spaccata. Secondo alcuni osservatori questo potrebbe condurre ad una scissione interna dello stesso Akp, dove secondo indiscrezioni apparse sulla stampa locale già si insiste per un ritorno di Erdogan a capo del suo partito. Sebbene sia stato previsto che, per permettere al parlamento di fare le relative modifiche legislative,la riforma diventi operativa a partire dal 3 novembre 2019 data in cui sono state fissate le elezioni generali e presidenziali, non è escluso che il parlamento decida di indire consultazioni anticipate.