Sesso con una 14enne: il repubblicano moralista e anti-gay nella bufera

Roy Moore accusato di una relazione clandestina. Da giudice della corte suprema dell'Alabama aveva imposto di appendere la tavola dei 10 comandamenti in aula

Roy Moore

Roy Moore

globalist 9 novembre 2017

Cone tutti i buoni moralisti la morale era doppia. Severa con gli altri, molto più permissiva nei confronti di se stesso; la bufera del sexgate arriva anche nel Senato degli Stati Uniti. Numerosi esponenti repubblicani hanno chiesto il ritiro della candidatura al Senato del loro compagno di partito Roy Moore, accusato di aver avuto una relazione con una minorenne. "Se queste accuse sono vere, deve fare un passo indietro", ha dichiarato il leader della maggioranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell.

Personaggio controverso (nella giacca ha sempre appuntata una croce come i sacerdoti) l'ex giudice ultraconservatore Moore ha vinto a settembre le primarie in Alabama, grazie al sostegno dell'ex stratega di Donald Trump, Steven Bannon. Lo stesso presidente americano si era schierato a favore del suo avversario, Luther Strange, sostenuto dall'establishment repubblicano. Le elezioni, per sostituire l'ex senatore Jeff Sessions diventato ministro della Giustizia, sono fissate per il 12 dicembre.
Secondo rivelazioni apparse sul Washington Post, nel 1979 Moore avrebbe avuto una relazione sessuale con una quattordicenne, quando lui ne aveva 32. Altre tre donne hanno raccontato approcci sessuali di Moore quando erano minorenni. Moore, che oggi ha 70 anni, è stato per due volte rimosso dall'incarico di giudice capo della Corte Suprema dello stato del profondo Sud. La prima perché si era rifiutato di rispettare una sentenza che gli imponeva di rimuovere una tavola con i 10 comandamenti che aveva fatto affiggere nell'aula. Da allora Moore è diventato celebre come "il giudice dei 10 comandamenti". Rieletto alla guida del massimo organismo giuridico dello stato ultra conservatore, Moore è stato poi rimosso dalla corte una seconda volta lo scorso anno quando si è rifiutato di rispettare la sentenza della Corte Suprema che legalizza i matrimoni gay.