Resta al Met di New York il Picasso venduto da un ebreo per fuggire dalla Germania nazista

Per il tribunale di New York, nella transazione non c'erano elementi tali da fare ritenere la natura coercitiva della vendita. Il quadro, venduto nel 1937 per 12 mila dollari, oggi varrebbe 100 milioni

Picasso e il suo ''L'attore''

Picasso e il suo ''L'attore''

globalist 8 febbraio 2018

Per racimolare il denaro necessario per rifuggiarsi in Svizzera, dopo essere scappata dalla Germania nazista delle persecuzioni anti-semiti , una famiglia ebrea fu costretta a vendere un Picasso poi finito, dal 1952, nella sale del Metropolitan Mucesum of Art di Manhattan, per essere ammirato da migliaia di studiosi dell'arte e semplici visitatori. A distanza di oltre mezzo secolo i discendenti degli antichi proprietari hanno reclamato la restituzione della tela, sostenendo di essere stati costretti a privarsene, davanti alla prospettiva tangibile di finire in un campo di concentramento. Ma ieri un giudice del tribunale di New York ha dato loro torto, con una motivazione che rischia di scatenare un dibattito sul potere coercitivo della paura.

''L'attore'', dipinto tra il 1904 ed il 1905 da Pablo Picasso durante il suo 'periodo rosa', apparteneva a Paul Leffmann, un industriale ebreo tedesco che fu costretto, secondo quanto sostengono i suoi discendenti, a cederlo ad un prezzo irrisorio, se confrontato con il suo valore del tempo ed attuale, per fuggire dalla Germania nazista alla Svizzera, passando per l'Italia.
Alla base della decisione del giudice, Loretta Preska, la circostanza che i querelanti non hanno potuto attestare la natura forzata della vendita.
La famiglia Leffmann lasciò la Germania per l'Italia nel 1937. Un anno dopo, l'uomo d'affari vendette il Picasso a due mercanti d'arte per 12.000 dollari per finanziare il loro passaggio in Svizzera. .
Il Metropolitan è entrato in possesso del quadro nel 1952 come parte di una donazione ed ha riconosciuto nel 2011 che ''L'attore'' un tempo era appartenuto a Leffmann. Secondo il museo, il prezzo con cui Leffmann lo vendette ai mercanti d'arte Paul Rosenberg e Hugo Perls nel 1938, era equo. Il dipinto passò infine nelle mani di Thelma Chrysler Foy, erede del fondatore della casa automobilistica Chrysler, che lo donò al Met nel 1952.
Nel suo giudizio, il giudice Preska ha affermato che la transazione del 1938 fu "condotta tra privati, non per ordine dei governi fascisti o nazisti. Anche se Leffmann fosse sotto pressione economica in queste circostanze innegabilmente orribili - ha detto il giudice, - questa pressione, che non è stata esercitata dalle controparti in questa transazione, è insufficiente a dimostrare la natura forzata di questa vendita. "
Nella querela i discendenti di Leffmann chiedevano la restituzione del dipinto o un risarcimento equivalente al valore presunto (non sarà mai venduto) del quadro, cento milioni di dollari.