Sahel, Il paradiso che si è trasformato in una trappola e un inferno

Oggi rapire occidentali è una delle nuove forme dell’economia locale; venderli a jihadisti l’affare più redditizio. Luca Tacchetto e la canadese Edith Blais, padre Luigi Maccalli; tutti spariti nella sabbia

Una donna e un bambino nel Sahel

Una donna e un bambino nel Sahel

Mario Giro 25 marzo 2019
Spariti nel Sahel. Ultimi Luca Tacchetto e la canadese Edith Blais in Burkina Faso. Qualche mese fa era stato rapito padre Luigi Maccalli in Niger. Prima ancora suor Gloria Cecilia Narvaez, colombiana presa in Mali, come anche una svizzera. Poi ci sono un rumeno, un austriaco, una francese, un tedesco…tutti inghiottiti dalla sabbia. Assieme a loro molta gente del posto di cui non si sanno nemmeno i nomi. Per spiegarcelo diciamo “jihad” ma cosa accade davvero nel Sahel? Sempre in equilibrio tra oscurità e mistero, tra pericolo e esotismo, la grande terra del deserto attira e respinge. Sahel significa riva in arabo: la riva del grande mare di sabbia del Sahara, il più grande dei deserti. Un luogo onirico e spaventoso che ha attratto e affascinato. Un paradiso per alcuni, tormento di sete e sabbia per altri. Mistici, religiosi, avventurieri e commercianti vi si sono inoltrati nei secoli. Lì per gli antichi romani iniziavano le terrae incognitae.
Gli arabi vi si inoltrarono già nel VII° secolo, percorrendo le interminabili piste invisibili per chi non è di quelle parti. Narrano le cronache che prima ancora di conquistare Kairuan in Tunisia, Uqba ibn Nafi penetrò il Fezzan nel 642. Arrivò a Germa e chiese agli abitanti: “c’è ancora qualcuno dopo di voi?”. Gli fu risposto che c’era certamente la gente del Kawar (estremo nord del Niger attuale). Uqba conquistò anche quel luogo e ripeté la stessa domanda: gli fu risposto che non c’erano notizie in merito. Era giunto all’estremità sud del mondo abitato. E così si pensò: a occidente il mare Atlantico, a meridione il mare di sabbia. Prima che vi giungesse un europeo occorsero almeno sei secoli. Eppure quel luogo non era vuoto: da sempre misteriose tribù del deserto lo solcavano, detentrici del segreto di sopravvivenza. Altri popoli abitavano sulla “riva”. Pian piano emerse l’esistenza di un reticolo di piste, città, commerci, carovane e Stati. Nel “vuoto” si erano formati regni e imperi: del Mali, del Ghana (niente a che vedere con quello di oggi), del Songhai, del Bornu.
Si parlava di città mitiche come Sigilmassa, Timbuctu, Cinguetti, Awdaghost. E poi si vociferava di cose preziose: il sale, l’ambra e l’oro. Il Sahel si legò al mondo dell’islam e iniziarono i commerci internazionali: le piste si allungarono verso il Sudan per giungere fino alla Mecca e da lì verso l’Asia. Il mercato fiorì e con esso quello degli schiavi, con la tratta orientale. Nelle dune, tra i resti di vecchie fortificazioni, ancora oggi si ritrovano perle cinesi e porcellane iraniane: un mondo ricco e dinamico, oggi finito. Poi giunsero i “bianchi”, detti in loco “orecchie rosse”.
Cominciarono nel XV° secolo i portoghesi con i posti di commercio sulle coste; poi si passò alla colonizzazione vera e propria. Tutto sembrò cambiare ma non l’interesse per il mistero del vuoto: fu il tempo degli antropologi, etnologi, geografi, geologi. Il deserto attirava ancora mistici e religiosi ma si pensava anche agli affari, allo sfruttamento. In quel silenzio si ritirò un ufficiale francese, divenuto fratel Carlo di Foucault, dove scoprì la fratellanza universale, missionario tra i tuareg. Un gruppo di quest’ultimi, sbandati, lo uccise ma non la sua vocazione nel deserto, ripresa da altri. In quel vuoto i coloni imposero linee sulla terra: le frontiere, le dogane, i passaggi obbligati. Eppure le genti del Sahel si adattarono senza molto cambiare: piegarsi ma restare se stessi è stata per mille anni la loro prerogativa. D’altra parte se avevano assorbito gli arabi e l’islam, lo potevano ben fare anche con i nuovi venuti… Così fu e la tradizione, seppur scossa, tenne ancora.
Solo lo sviluppo del dopo indipendenze, l’inurbamento e la globalizzazione sono riusciti in pochi decenni anni a stravolgere l’immutabile. Ancora negli anni Settanta e Ottanta ci si poteva recare nel Sahel e nel Sahara senza pericoli. Erano diventati mete di un nuovo tipo di turismo: trekking, escursioni in auto, nuove forme di carovane nel deserto. I nomadi, in particolare i tuareg, evocavano paesaggi esotici e tempi immobili. Si poteva farsi ospitare dagli abitanti del luogo senza rischi. Quel mondo era dominato da un islam tradizionale e tollerante. Il deserto, vicino, incombente, maestoso ma invadente, avvicinava tutti alla stessa voglia di vivere e provocava una forma di rispetto. Si cercarono nuovo metodi di sviluppo, si tentò una nuova agricoltura per arginarlo ma non per cambiarlo. Arrivarono i cooperanti e le Ong, non sempre compatibili con le abitudini locali ma molto utili davanti alle crisi. In Niger ancora si parla del megaprogetto italiano degli anni Ottanta contro la desertificazione.
Le grandi carestie del ‘72-73 e dell’84 furono il segno premonitore della fine: forzatamente furono spostate enormi masse di popolazione verso sud. Le nuove autorità africane minimizzarono il dramma ma l’economia tradizionale, quella delle carovane del sale e delle merci, quella degli allevamenti, stava finendo. Più a sud, dove inizia la foresta e piove, i profughi saheliani trovarono altri popoli: la convivenza fu talmente difficile che le crisi attuali del Centrafrica, del Sud Sudan o del Ciad ne portano ancora le stigmate come la competizione tra agricoltori stanziali e allevatori transumanti. Intanto il deserto aveva assunto un altro aspetto: miniere di uranio, ricerca del petrolio o risorse simili. Niente più carovane o piste ma file di camion, aeroporti nella sabbia, filo spinato, zone vietate e militarizzate. Fu la fine di un mondo: il momento in cui le popolazioni del Sahel dovettero davvero cambiare per sopravvivere. Quando c’era la colonia era sempre possibile trattare: l’interesse delle metropoli era mantenere la stabilità e la quiete. I capi erano rispettati, soprattutto quelli delle tribù più nobili. Pur sempre a loro vantaggio, i colonizzatori tuttavia mediavano tra le etnie, tra nord e sud. Ma dopo l’indipendenza le capitali dei nuovi Stati erano lontane, vi comandavano altri popoli meridionali e sconosciuti, i quali non avevano alcun interesse né attrattiva per il deserto. Dalla costa atlantica a quella del mar Rosso, nessuna classe dirigente se ne è mai più veramente interessata. Le frontiere avevano tagliato a pezzi il deserto e non c’era scampo nemmeno verso nord-est, verso il Mediterraneo e la Mecca: non si passava più e non interessava nemmeno gli arabi, una volta tanto presenti. Né “bianco” né “nero”, il modo di mezzo era rimasto solo e schiacciato. Intanto i nuovi Stati provocavano guerre, golpe, rovesciamenti e avevano bisogno di scambi nuovi. Così è iniziata l’epoca dei traffici di droga, armi e schiavi (questa l’unica costante), fiorente dagli anni Novanta a oggi. Tanta è la droga che si usa ogni mezzo per portarla: nel 2009 un 727 senza insegne atterrò per avaria nel deserto in Mali. La cocaina a bordo fu portata via da tuareg assoldati per l’evenienza e all’apparecchio fu dato fuoco. Il ciclo della droga parte dall’America Latina, raggiunge via nave la costa occidentale africana, viene trasportata attraverso il deserto per arrivare sulle coste del Mediterraneo. La zona vuota del Sahel diviene cruciale per un nuovo tipo di avventuriero: il mercante di armi e il narcos. Indebolita dalle carestie, separata dalle frontiere e coinvolta nei traffici, la società saheliana è sottoposta a una pressione a cui non può resistere e si disarticola. Molti dei suoi giovani e adulti scelgono l’emigrazione; altri usano le antiche piste per il traffico di carne umana, quello attuale. Numerosi finiscono nelle varie guerriglie locali, tutte immancabilmente deviate verso interessi alieni. I restanti si danno al brigantaggio.
E’ in tale caos antropologico e sociale che si innesta, ultimo venuto, il jihadismo globale. Promana inizialmente dall’Algeria con la crisi del 1991-2001, che dura tutto il decennio e infetta il deserto coi suoi micidiali resti. Quando nel 2011 la Libia salta, uno tsunami di armi e guerrieri si propaga verso sud, provocando la guerra del Mali che si infiamma tra secessionismi autoctoni e jihadismi stranieri. Il paese è ancora fuori controllo. Davanti al medesimo urto vacillano Niger e Mauritania come anche il Ciad e i due Sudan. 
Ora sta per cadere nel medesimo gorgo il Burkina Faso, un paese dalla ottima fama di pace e accoglienza, ma troppo fragile per sostenere tali colpi. Rapire occidentali è una delle nuove forme dell’economia locale; venderli a jihadisti l’affare più redditizio. 
Il paradiso si è trasformato in una trappola per chi lo attraversa: prima ancora era già diventato un inferno per chi ci è nato.