Fuggono dall'inferno libico: nessuno si azzardi a chiamarli pirati

I migranti che hanno sequestrato il mercantile turco erano dei disperati fuggiti dai lager libici e che nei lager libici stavano per essere riportati.

Il mercantile

Il mercantile

Gianni Cipriani 28 marzo 2019
Nessuno si azzardi a chiamarli pirati. Nessuno. I pirati assaltano le navi, le saccheggiano, sequestrano l'equipaggio per chiedere i riscatti. Hanno armi, una loro flotta.
I migranti che hanno sequestrato il mercantile turco erano dei disperati fuggiti dai lager libici e che nei lager libici stavano per essere riportati.
Il loro gesto, per quanto estremo, è stato dettato dall'istinto di sopravvivenza.  In un tribunale italiano, in un ipotetico processo, applicando la nostra legge si sarebbe potuto invocare lo 'stato di necessità', ossia quando qualcuno commette un reato ma solo per proteggere la sua vita o quella dei suoi familiari.
In Libia non c'è uno stato degno di questo nome. Ci sono milizie contrapposte, trafficanti, capi tribù che pensano di fare cassa, militari e poliziotti che non si sa da quale parte stiano se non dalla parte di chi paga di più. Una guardia costiera libica inefficiente e nella maggior parte dei casi crudele.
Lo sanno tutti, lo vedono tutti. Lo denunciano da anni tutti.
Ma l'Europa ipocritamente riconosce l'autorità libica in mare e consente che i naufraghi vengano riportati nelle mani di sequestratori e torturatori.
Ma nessuno finga di non sapere cosa è l'inferno libico. Le torture, gli stupri, le morti, gli anni rinchiusi in condizioni disumane in attesa che qualcuno paghi il riscatto.
E qualcuno chiama pirata chi è fuggito da quel l'inferno nel quale governanti senza scrupoli vogliono rimandare uomini, donne e bambini senza più forze e speranza?
Una riflessione seria andrebbe fatta, invece della solita propaganda xenofoba e razzista.
Nessuno si azzardi a chiamarli pirati. Sono disperati in fuga dall'inferno.