Svilire il parlamento: il disegno dei leader anti-democratici che vogliono pieni poteri

Presentare la democrazia come solo luogo di poltrone è la strategia dell’autoritarismo

Salvini

Salvini

Mario Giro 23 settembre 2019

Dividere il parlamento dal “popolo” è il tentativo di ogni autoritarismo. Svilire la democrazia rappresentativa, riducendola a una mera questione di “poltrone”, è un tipico atteggiamento da prevaricatori alla ricerca di “pieni poteri”. Lo hanno fatto molti leader antidemocratici della storia. Difendere la aule, le procedure e istituzioni rappresentative che le sorreggono è invece il compito di ogni democratico. Infatti la “sovranità appartiene al popolo” ma quest’ultimo “la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione” come recita la costituzione. Tra le forme c’è evidentemente il voto, le elezioni. Ma non è l’unica cosa e poi esistono limiti. Anche nelle democrazie presidenziali ve ne sono. Il presidente americano non può fare la guerra né un’operazione militare importante senza l’autorizzazione del Congresso. Non può nemmeno spendere come vuole i soldi del bilancio dello Stato: è una prerogativa del Congresso. Il presidente francese della Quinta Repubblica ha molti poteri ma non tutti: l’assemblea nazionale lo limita. La democrazia occidentale si basa su un equilibrio di poteri e sulla loro disseminazione. Solo questo può permettere il rispetto delle libertà individuali e collettive. Ecco perché democrazia non è sinonimo soltanto di elezioni. Non a caso i regimi autoritari hanno anch’essi il voto ma nulla di tutto il resto. 


Il cuore della nostra democrazia è dunque il Parlamento, con le sue regole e le sue procedure. E difatti sono i parlamenti a dover resistere alle tentazioni di scavalcare il sistema dei pesi e contrappesi: non sono né “aule sorde e grigie” né un raduno di “poltronari”. Ciò è avvenuto ora in Italia e in Gran Bretagna: in entrambi i casi i parlamenti hanno difeso le loro prerogative e hanno vinto. Conosciamo la nostra vicenda. A Londra si era creata una simile situazione quando il neo premier Boris Johnson è andato a caccia di pieni poteri mettendo fuori gioco l’aula di Westminster, addirittura mediante la sua chiusura. La posta in gioco è la Brexit. Il risultato è stato che il parlamento inglese ha respinto il “no deal” e imposto la ripresa il negoziato con la UE, mentre il partito conservatore ha perso la maggioranza. Comunque la si pensi sull’argomento, Johnson ha tentato di travalicare le prerogative del più antico parlamento del mondo e la sta pagando cara, così come Salvini è stato estromesso dal governo per una ragione simile. 


I parlamenti non sono un’accozzaglia di poltrone ma rappresentano il luogo inviolabile della democrazia. Possiamo avere le nostre opinioni sulla qualità di chi siede su quelle poltrone ma il loro ruolo resta essenziale, libero e a garanzia per tutti. Anche i regimi hanno le loro aule ma senza libertà e con un ruolo solo rituale. Il parlamento democratico possiede invece veri poteri e incarna la sovranità popolare. Le elezioni sono un momento centrale nella vita democratica di un paese, ma non l’unico: non delegano ad un solo uomo i pieni poteri. Delegano i poteri (e non tutti) ai rappresentanti eletti. Deridere quelle aule e i suoi membri significa cercare di uscire dal dettato costituzionale per cambiare natura al paese. I parlamenti italiano e britannico hanno detto no e fatto valere le loro prerogative: i rappresentanti del popolo hanno assunto su di sé la responsabilità di decidere collettivamente a maggioranza, come deve avvenire in democrazia. Nessun leader, fosse il più potente o il più votato, può da solo arrogarsi il diritto di decidere per tutti. C’è il parlamento per questo: sarà più lento, sarà meno efficace ma qui non si tratta di funzionalità o di efficienza, si tratta di democrazia. E non basta appellarsi ai sondaggi: significherebbe denigrare le elezioni stesse e curvare pericolosamente verso un regime plebiscitario. Dobbiamo altresì dismettere la fissazione per: “la sera delle elezioni si deve capire chi governa”. Nessun sistema elettorale darà mai un risultato certo su tale punto. Anche perché “governo” è fatto complesso, con numerosi livelli, funzioni  e processi. 


Non si governa l’Italia con le emozioni ma con il saggio e paziente rispetto delle regole ereditate dalla generazione che attraversò la fornace della guerra e immaginò un oltre che ancora non si vedeva. Fidiamoci del suo intuito.