Global Britain: verso un’isola che non c’è

Ma che cosa s’intende davvero con il termine Global Britain? È un semplice slogan da campagna elettorale? O un concreto progetto politico?

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globalist 12 novembre 2019

di Riccardo Bosetti 
Nel gennaio 2017, con queste parole, l’allora primo ministro inglese Theresa May, annunciava di fronte al Parlamento di Westminster il futuro radioso post - Brexit che attendeva il paese: “Una nazione globale, proiettata al commercio, pronta a rafforzare storiche alleanze e a forgiarne di nuove, questa è la Global Britain che guarda con ottimismo al futuro”. L’obiettivo era quello di rassicurare il paese e il resto del mondo in un momento di incertezza e confusione, prospettando un futuro pieno di opportunità nonostante l’uscita britannica dall’Unione dei 27. Ma che cosa s’intende davvero con il termine Global Britain? È un semplice slogan da campagna elettorale? O un concreto progetto politico? La risposta sta nel mezzo!


Da un lato infatti la “Global Britain” corrisponde  effettivamente ad una strategia politica (compare ufficialmente sul sito del governo britannico)  il cui obiettivo, seppure vago,  è quello di riformare il paese per renderlo nuovamente un attore centrale della politica internazionale oltre che prepararlo al forte cambiamento politico in atto (maggiori tensioni regionali, crisi ambientali ed umanitarie). Dall’altro lato, tuttavia, nessuna fonte governativa specifica mai in maniera concreta e credibile come tale politica intenda essere realmente attuata. Quando interpellati su tale questione infatti, i membri del governo si dimostrano spesso confusi e superficiali nelle risposte date: alcuni sostengono che la “special relationship” con gli Stati Uniti garantirà una base solida per il rilancio della propria economia. Altri ancora affermano convinti che il Commonwealth britannico (in virtù dei propri legami storici con il Regno Unito) garantirà non solo lo sbocco commerciale necessario ad attenuare gli effetti distorsivi provocati dall’uscita dall’Unione Europea ma anche nuove opportunità di mercato in cui la Gran Bretagna potrà far valere il proprio potere contrattuale, strappando accordi e contratti a condizioni vantaggiose.


Tuttavia, una visione così ottimista del proprio futuro commerciale si scontra con una realtà ben diversa. Infatti, fin da subito si può dimostrare l’inesistenza di un qualsiasi “canale preferenziale” che permetta a Londra il perseguimento pieno dei propri obiettivi (commerciali). In primis, con gli Stati Uniti sarà difficile raggiungere in tempi rapidi un accordo di libero scambio che sia paritario e che offra condizioni commerciali migliori di quelle che oggi Londra gode all’interno dell’UE. Forse a Downing Street ci si è dimenticati che l’amministrazione Trump è stata finora assai aggressiva nelle negoziazioni commerciali con terze parti (vedi la rinegoziazione del Nafta o le guerre commerciali in corso con Ue e Cina). La politica nazionalista di Washington, sotto lo slogan  “America First”, appare abbastanza incompatibile con qualsiasi apertura in senso liberista da parte del governo britannico.


Un altro esempio, ancora più lampante è quanto accaduto con l’India (ex-colonia britannica): dopo soli 6 mesi dal referendum sulla Brexit, il governo britannico inviò infatti una propria delegazione a Nuova Delhi per discutere sull’eventuale creazione di un’area di libero scambio tra i due paesi. Downing Street si aspettava una contrattazione accesa ma fluida che facesse da apripista per il ritorno del Regno Unito verso le proprie ex-colonie, tuttavia,  così non è stato. I colloqui infatti si sono interrotti ancora prima di cominciare, quando la delegazione indiana ha fatto presente che non si sarebbe raggiunto nessun accordo su un’area di libero scambio che escludeva a priori il movimento libero delle persone. Lo schiaffo inferto da Nuova Delhi alla delegazione britannica non era difficile da prevedere, in quanto  da sempre il governo indiano punta ad una maggiore flessibilità nel rilascio di visti per i propri lavoratori e studenti che emigrano verso il Regno Unito. Tuttavia, una tale richiesta era ovviamente inaccettabile ed in aperto contrasto con la volontà del governo britannico di ridurre l’immigrazione verso la Gran Bretagna (era stato uno dei motivi cardine dell’uscita dall’Ue). L’accaduto ha fin da subito dimostrato che sebbene il Regno Unito auspichi un ritorno del paese verso le proprie ex-colonie, questo sentimento non sia del tutto ricambiato (perlomeno non alle condizioni svantaggiose fissate da Londra). Infatti, la distanza tra l’ex madre patria e le sue ex-colonie, in termini di capacità economiche, si è di molto ridimensionata, riducendo la forza contrattuale di cui il Regno Unito un tempo godeva. D’ora in poi, Londra dovrà accettare la costante presenza di compromessi con gli altri membri del Commonwealth, se un qualsiasi accordo vorrà essere mai raggiunto/concluso.


Questa situazione di disparità e dipendenza economico-diplomatica di Londra verso il resto del mondo, cozza con la narrazione di rinascita e centralità per il Regno Unito, che la Global Britain auspica. La complessità del mondo globalizzato, dominato da superpotenze economiche (Usa, Cina ed Ue) e reso più competitivo dall’affermarsi di nuovi colossi (vedi l’India) rendono evidenti i limiti e le difficoltà di un ritorno al passato glorioso della Gran Bretagna. Il sogno dei Brexiters di riportare il paese ad essere “aiuola beata e invidia di meno elette nazioni” sembra lasciare il passo ad un futuro in cui il Regno Unito sarà soltanto “un angolino piovoso e perpetuamente avvolto dalle nubi, un’isola grigia, tradizionalista e afflitta dall’infelicità”.