'Bella Ciao' inno di libertà anche a Baghdad: la canzone dei partigiani e la rivoluzione dei giovani iracheni

In Iraq i giovani chiedono un paese nuovo, laico, libero dalle influenze di Usa e Iran: e lo fanno cantando Bella Ciao

Proteste in Iraq

Proteste in Iraq

globalist 13 gennaio 2020

La chiamano 'thaura', rivoluzione. Una parola enorme, che a tratti fa anche paura. Fa paura perché dall'inizio delle proteste, in Iraq ci sono stati 600 morti, migliaia di feriti e un numero imprecisato di rapiti di cui non si sa nulla. Fa paura perché ci sono i cecchini delle milizie sciite sui tetti di Baghdad, e gli accoltellatori nascosti tra la folla. 
Fa paura, eppure sono in migliaia i ragazzi che questa paura la stanno affrontando. E lo fanno con le parole loro, musicate e ritmate però su un tema conosciuto: dalla selva di tende montate nel fermento di Baghdad, si alzano le note di Bella Ciao. Le loro parole sono diverse ("noi siamo qui, restiamo qui, resteremo sempre qui"), ma lo spirito è lo stesso: c'è voglia di libertà, di cambiamento. Di rivoluzione. 
Chiedono un Iraq laico, senza differenze tra sciiti, sunniti, cristiani, ebrei, yazidi o atei. Un paese dove i riferimenti siano Voltaire e Montesquieu, e non il Corano. Dove non esistono discriminazioni, a prescindere dall'etnia, dalla fede o dall'appartenenza tribale. 
Sono concetti pericolosi da dire ad alta voce, in Iraq. Ma adesso, per la prima volta dall'occupazione americana e dalla morte di Saddam Hussein, i giovani stanno chiedendo un paese nuovo. E tra loro serpeggia il sospetto che Qassem Soleimani, il generale iraniano ucciso dagli Stati Uniti in un raid, fosse giunto a Baghdad proprio per sedare una volta per tutte le rivolte: "Ma questo a Teheran non lo diranno mai. Così come non hanno ammesso subito di aver abbattuto quell'aereo" spiegano i ragazzi.