Le mosse dello Zar Putin in Libia per imporre la "pax russa"

Dopo aver di conquistato il controllo della Siria sostenendo sul piano militare e diplomatico, il regime di Assad “Zar Vladimir”, ha indirizzato i suoi appetiti sulla Libia, supportando il generale Haftar

Il generale Haftar

Il generale Haftar

Umberto De Giovannangeli 22 maggio 2020

Non è il Risiko del Mediterraneo. Non è un gioco da tavolo, ma una partita combattuta con armi vere. E la posta è altissima: il controllo delle risorse petrolifere, e delle rotte del gas, nel Mediterraneo. Geopolitica e affari. E in questa partita, uno dei players centrali siede al Cremlino.


E’ il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin. Dopo aver di conquistato il controllo della Siria, o di ciò che ne resta in pedi, sostenendo sul piano militare, come su quello diplomatico, il regime di Bashar al-Assad, “Zar Vladimir”, ha indirizzato i suoi appetiti sulla Libia, supportando l’”Assad della Cirenaica”: il generale Khalifa Haftar


Lo “Zar del Mediterraneo”


Molto interessante, a tal proposito, è un documentato report dell’Agi: Mosca, che aveva già inviato al generale della Cirenaica mezzi ed equipaggiamenti almeno due anni fa, ha dispiegato un piccolo esercito di mercenari del Gruppo Wagner. Chiamata dai suoi membri semplicemente “Compagnia”, Wagner è una società di contractor riconducibile ad Evgheni Prigozhin, conosciuto anche come lo chef di Putin per il suo business nel catering e la sua vicinanza al presidente russo.  Alcune centinaia di mercenari reclutati tra le milizie fedeli a Damasco nelle province del sud della Siria sarebbero già in Cirenaica insieme ad armi ed equipaggiamento trasportati da aerei cargo russi e della compagnia siriana Cham Wings, a cui appartengono anche i due voli arrivati il 20 maggio a Bengasi. Uno di questi, proveniente da Teheran ma che ha fatto scalo a Damasco, ha aperto l’ipotesi che milizie scite filo-iraniane ed Hezbollah possano affiancare le forze dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) “Ogni recluta riceve uno stipendio mensile di 1.000 dollari per combattere dalla parte delle forze di Haftar contro il Governo di accordo nazionale sostenuto dalla Turchia, che anch’essa recluta mercenari in Siria”, spiegano fonti  dell’Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus). 


Sul campo sono impiegati anche mezzi ed equipaggiamenti militari, "inviati almeno due anni fa": camion corazzati Ural (gli stessi in possesso della 'Compagnia' in Repubblica Centroafricana e Sudan); jet Sukhoi-22; artiglieria e armi leggere. Negli ultimi giorni, le forze di Tripoli hanno distrutto e sequestrati anche diverse batterie antiaeree Pantsir-S1. 


Mosca ha un accordo di cooperazione militare con l’Lna firmato nel gennaio 2017 dal generale Haftar a bordo della portaerei Admiral Kuznetsov in navigazione nel largo di Tobruk.


Il ruolo russo nella fornitura sembra del resto confermato non solo dal fatto che gli aerei provenissero dalla base siriana di mosca (fosse utilizzata come scalo intermedio per il trasferimento dei velivoli) ma dal fatto che Mig e Sukhoi 24 fossero scortati da due caccia Sukhoi Su-35 delle forze aeree russe. Gli stessi piloti e tecnici destinati a operare con questi velivoli potrebbero essere libici addestrati in Russia oppure contractors russi o ancora siriani, che impiegano da anni questi due tipi di velivoli. In ogni caso la deterrenza espressa dai velivoli russi potrebbe influire sugli sviluppi a breve termine della situazione.


Giovedì scorso , Fathi Bashagha, ministro dell’Interno del governo di Sarraj ha detto a Bloomberg di avere avuto l’informazione che otto aerei da guerra dell’era sovietica erano arrivati in una base dell’est della Libia controllata da Haftar, provenienti da una base aerea in Siria controllata dalla Russia. La notizia, che è stata ampiamente riportata su diversi giornali internazionali, ha già provocato diverse reazioni preoccupate.


Il Financial Times per esempio scritto: “È l’ultima indicazione che le potenze straniere coinvolte nel conflitto libico, iniziato nove anni fa, stiano intensificando i loro sforzi nel campo di battaglia. Potrebbe suggerire che il Cremlino stia aumentando il suo appoggio al generale Haftar e i diplomatici temono che ci sia il rischio di un confronto diretto tra Russia e Turchia”. Questa settimana Stephanie Williams, inviata dell’Onu in Libia, ha parlato del rischio di una ulteriore escalation militare provocata dal continuo arrivo in Libia di mercenari e armi. “Con l’aumento degli interventi di paesi terzi, gli stessi libici rischiano di perdersi nel mezzo, e le loro voci rischiano di non avere più spazio e di non farsi sentire”.


Il dossier Onu


Secondo gli analisti della Nazioni Unite, contractor militari russi sono impegnati in Libia in operazioni “su vasta scala” — dal training al fronte — per sostenere le ambizioni politiche armate di Haftar.  Ci sarebbero tra gli 800 e i 1200 uomini del gruppo Wagner, che operano attivamente in Libia almeno dal 2018. Tra questi ci sono anche una quarantina di cecchini in prima linea sul fronte tripolino. Sono ex forze speciali che mesi fa hanno fatto la differenza pro-Haftar, e da quando hanno un po’ allentato le attività il capo miliziano dell’Est ha iniziato a indietreggiare.


Nel report ci sono le immagini di questi professionisti della guerra e prove tecniche circostanziali, come la presenza in Libia di granate Vog-25 da 40 mm, che sono state utilizzate dagli agenti Wagner nell’Ucraina orientale e in Siria.


Le analisi sono state effettuate dagli esperti dell’Onu che monitorano le sanzioni contro la Libia — sottoposta a embargo dal 2011, misura costantemente violata su entrambi i fronti, e ora oggetto del controllo della missione navale europea Irini attivata da pochi giorni. Il report è la prima ampia analisi delle Nazioni Unite sui mercenari russi, ed è stato visto da Bloomberg in anteprima.


Un’entità collegata a Wagner si è impegnata in una “campagna altamente sofisticata ed estesa sui social media” per sostenere Haftar e le sue operazioni a terra, ha osservato il gruppo di analisti onusiani, aggiungendo che le “operazioni psicologiche” sono vietate sotto l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite. Uno sforzo simile è stato intrapreso per sostenere Saif Al-Islam Gheddafi, il figlio del defunto dittatore, considerato il cavallo su cui Mosca ha puntato in Libia.


Ora, non è certo un segreto che in Russia non si muova foglia che lo “Zar” non voglia: e la recente “scomparsa” dal campo di battaglia dei mercenari russi, era un messaggio molto chiaro che un adirato Putin ha indirizzato ad Haftar: se credi di potercela fare da solo, accomodati pure, ma scordati del sostegno russo, diretto o indiretto. Haftar ha capito e si è adeguato. Per il capo del Cremlino, l’ex ufficiale, neanche tra i più capaci, di Muammar Gheddafi, può al massimo aspirare ad essere, per Mosca, l’Assad libico, vale a dire lo strumento di una politica imperiale russa nel Mediterraneo.


I soldi che circolano in Est Libia sono stampati in Russia. Il danaro stampato a Tripoli può circolare soltanto in Tripolitania. Gli interessi sono evidenti.


Per Mosca non ci sono in ballo solo gli uomini del gruppo Wagner” che sostengono il generale Khalifa Haftar, spiega al Foglio Maxim Suckov, professore al Moscow State Institute per le relazioni internazionali.


Per Suckov “il Cremlino ha gradualmente aumentato la sua influenza anche sul piano politico del conflitto”. Il riferimento è al piano segreto rivelato da Bloomberg e dal Daily Beast un paio di giorni fa: nell’aprile dello scorso anno, Yevgeny Prigozhin, leader della Wagner e uomo molto vicino a Vladimir Putin, aveva avvicinato il figlio di Gheddafi, Saif al Islam, per verificare se ci fossero le possibilità di farne il leader politico della nuova Libia. I due consulenti inviati da Mosca, Maxim Shugaley e Samir Seifan, incontrarono Gheddafi almeno tre volte prima di essere arrestati a Tripoli. “Mentre gli Stati Uniti restano defilati dallo scenario libico, e probabilmente resteranno tali anche per quest’anno, i russi cercano di gestire la transizione con una strategia che potremmo definire del ‘leading from behind’”, dice Suckov.


“E’ difficile credere che dopo le diverse intese raggiunte in Siria, russi e turchi siano pronti a combattersi oggi in Libia. Più probabile che il reciproco rafforzamento militare possa favorire, dopo la sconfitta dell’Lnain Tripolitania, una sorta di spartizione della Libia tra una Tripolitania a influenza turco-qatarina garantita dalle basi militari turche e una Cirenaica sotto l’influenza russo-egiziana-emiratina.”, annota Gianandrea Gaiani, direttore di AnalisiDifesa.


Vladimir d’Arabia


Il Sultano sgomita, chiede spazio, rafforza la sua posizione a Tripoli, ma resta “Vladimir d’Arabia”  il vero dominus di una futura “Jalta mediorientale”. Armi e affari: è la ricetta di Putin. Che fin qui ha pagato. Dopo aver vinto la guerra, ora è tempo di edificare la “pax russa”. Non da solo, ma con il benevolo coinvolgimento di altri leader regionali.


La partita che sta giocando il capo del Cremlino è decisiva. La Russia, la sua Russia, si trova coinvolta in tutte le maggiori crisi che interessano il bacino del Mediterraneo allargato, dall’Ucraina alla Libia, passando per la Siria. E in tutte queste guerre, Putin si trova nella complicata condizione di essere attore decisivo ma allo stesso tempo costantemente a rischio di crollo.


Partita a due


Sulla Libia e le altre aree di crisi nel Medio Oriente, “la soluzione a livello europeo non c’è perché ormai le due potenze regionali, Russia e Turchia, si sono impadronite delle carte da gioco. In questo momento un’Europa ancora frammentata, con una politica così fragile, difficilmente può imporsi su queste due potenze. Qui si apre anche un altro capitolo: Mosca e Ankara, che hanno fatto negli scorsi anni una grande alleanza, fino alla vendita dei missili russi alla Turchia, adesso stanno dividendo i loro interessi e i loro obiettivi in tutto lo scenario mediorientale. In Libia, uno sostiene il generale Khalifa Haftar e l’altro invece Tripoli; in Siria, uno sostiene il governo siriano e l’altro invece i turchi. Allora, mi chiedo, quanto potrà durare questa alleanza che ha portato un nuovo equilibrio, o meglio nuovi rapporti di forza, in tutto il Medio Oriente? Io dubito possa durare molto, perché entrambe hanno un comune obiettivo: diventare leader nel Mediterraneo. Il problema vero è capire quando l’Europa si accorgerà che questo è un gioco già sul tavolo”. A sostenerlo è Romano Prodi, già presidente del Consiglio italiano e della Commissione europea, in una illuminante conversazione con Francesco De Leo per AffarInternazionali, rivista dello Iai (Istituto affari internazionali).


E così il cerchio si chiude. E a contendersi la vittoria nel “Risiko del Mediterraneo” restano in due: il Sultano e lo Zar. Agli altri spettano gli avanzi. All’Italia neanche quelli.