Benifei: "Per giustificarsi Renzi non tiri fuori il Mes. L'Europa non capisce certi giochi di palazzo"

Parla il capo della delegazione Pd al Parlamento europeo: "A molti risulta difficile comprendere come possa ora Renzi eventualmente rientrare dopo le cose che ha detto e le accuse che ha lanciato"

Brando Benifei

Brando Benifei

globalist 14 gennaio 2021

La crisi di Governo in Italia vista da Bruxelles. Globalist ne discute con ne discute con Brando Benifei, 35 anni, capo della delegazione Pd al Parlamento europeo.


In Italia è crisi di Governo. Vista dall’Europa, cosa c’è che prevale: lo stupore, l’inquietudine, o “sono i soliti italiani”?


La sensazione che prevale è che ci sia una situazione estremamente confusa. Uno che dice ritiro i ministri, Conte è antidemocratico, e poi il giorno dopo si vagheggia l’apertura di un tavolo per discutere, immagino che si possa capire che fuori dall’Italia sembra una cosa incomprensibile. A molti risulta difficile comprendere come possa ora Renzi eventualmente rientrare dopo le cose che ha detto e le accuse che ha lanciato. Fuori dall’Italia, la dinamica viene vista un po’ incomprensibile a cui si aggiunge l’accettazione del fatto che le dinamiche politiche italiane a volte sono molto peculiari, e quindi c’è un clima di attesa. Io ho ricevuto chiamate da tanti esponenti politici del Parlamento europeo, dei vari gruppi, e degli altri Paesi, così come dalle istituzioni, in primis la Commissione europea. Alla fine, l’atteggiamento è non abbiamo capito molto ma aspettiamo perché forse tra qualche giorno si capirà meglio.


Nella conferenza stampa in cui ha annunciato le dimissioni delle due ministre di Italia Viva, Renzi ha ripetuto innumerevoli volte la parola “Mes”, facendo intendere, anzi dicendolo chiaramente, che è questa una delle ragioni fondamentali che hanno portato alla crisi. Puoi aiutarci a chiarire questo punto?


Renzi lo ha detto però è apparsa, a mio modo di vedere ma credo anche agli occhi di tanti che lo hanno ascoltato, una posizione strumentale. E’ molto difficile immaginare una maggioranza politica in questo Parlamento italiano che abbia una posizione diversa da questa maggioranza attuale che sul Mes ha una divisione, che potrebbe trovare delle soluzioni in un confronto politico. Però l’uscita di Matteo Renzi appare strumentale perché non se ne capisce lo sbocco che potrebbe aumentare le possibilità di attivarlo, il Mes. Ma aggiungo che c’è un altro elemento di strumentalità che emerge ormai in maniera chiara...


A cosa ti riferisci?


Il Mes sanitario è uno di quei prestiti agevolati che l’Unione Europea ha messo a disposizione. Uno è stato già utilizzato molto dal Governo italiano, il cosiddetto fondo “Sure”, per finanziare gli ammortizzatori sociali, quelli che sono anche estesi in questo momento, come la cassa integrazione aggiuntiva e altro ancora. Quello è un prestito agevolato, così come lo è il Mes sanitario. Parliamo di uno strumento che permette di avere diversi miliardi di risorse a un tasso di indebitamento un pochino inferiore. Ma oggi, piaccia o meno, c’è un dato incontestabile: con questo Governo, l’Italia ha oggi il più basso costo del debito nella sua storia repubblicana. Sono dati incontrovertibili, non si tratta di opinioni. Oggi il vantaggio di un prestito agevolato sanitario è un risparmio alla fine abbastanza contenuto. Insisto sulla strumentalità della rottura operata da Renzi, perché il Mes sanitario non risolve come una bacchetta magica i problemi, per esempio, della sanità italiana, ma fa avere delle risorse a un costo un po’ inferiore, ma in realtà sono risorse che il Governo può avere lo stesso e può utilizzare anche da Recovery Plan. E’ assurdo confondere l’enorme importanza, quantitativa e qualitativa, del Recovery Plan con uno strumento importante ma più piccolo e mirato come il Mes. E’ scambiare, invertire l’ordine delle priorità. Fare bene, invece che impantanare il Governo, il piano di ripresa vale molto ma molto di più di questo dibattito sul Mes. E ciò è evidente a chiunque vada a studiare i numeri e le carte. Renzi ha determinato una crisi di cui dovrà assumersene la responsabilità. Ma non tiri fuori la storia del Mes. In Europa certi giochi non funzionano. 


In questi mesi drammatici di una crisi pandemica tutt’altro che si risolta, più volte e in ogni dove si è detto e ripetuto che dopo questa crisi, niente sarà più come prima. Ma guardando all’immagine che di sé sta dando la politica italiana e i suoi attori principali, l’Italia non sta invece tornando indietro nel tempo, al tempo degli Scilipoti e roba del genere?


Questo rischio c’è. I partiti italiani sono la infrastruttura democratica fondamentale per dare un ordine alle spinte politiche, agli interessi che si manifestano nelle aule parlamentari. Purtroppo, però, in questi anni l’indebolimento dei partiti organizzati ha aggravato un male tutto italiano...


Vale a dire?


Non c’è alcun Paese europeo, lo dico dal mio osservatorio, come l’Italia in cui c’è questo disfarsi e crearsi continuo di partiti. Non solo i trasformisti e i transfughi, ma proprio il fatto che le stesse forze politiche sono spesso dei comitati personale. La stessa Italia Viva appare, a mio modo di vedere, come il partito di Renzi. Tutti i partiti in Italia sono partiti deboli, ed è un discorso che riguarda anche il mio partito, il Pd, che pure ha mantenuto una sua struttura organizzata, un radicamento, anche se da rafforzare, nei territori e una vita interna democratica. Ma anche noi siamo investiti da questa crisi. Una crisi di rappresentanza che non è legata al carattere degli italiani ma è il mix di sistemi elettorali fatti male, perché l’attuale legge elettorale ha prodotto il solito squilibrio, per cui alla Camera c’è una maggioranza molto più ampia, ci sono numeri molto diversi tra le forze politiche alla Camera e al Senato. Questo squilibrio elettorale porta poi ad avere una situazione di fragilità che viene acuita dal fatto che i partiti sono deboli, e quindi c’è uno sfilacciamento.


Qual è la strada per uscire da questa situazione?


Invertire la rotta rispetto ad anni in cui, purtroppo, si è andati sempre peggio in questa direzione. Fare una nuova legge elettorale, che contribuisca ad un rafforzamento e a una nuova dignità del Parlamento italiano, che oggi è martoriato, ma non da questo Governo. E’ una storia che va avanti da decenni ormai: voti di fiducia, decreti leggi, e il Parlamento è sempre più marginalizzato, e non fa più niente di quello che dovrebbe fare. Rafforzarlo, cambiare legge elettorale e dare più dignità ai partiti politici, è un ritorno ad una democrazia che funziona meglio. Non mi stupisce francamente che oggi siamo in questa situazione, legata anche a possibili movimenti parlamentare. Per invertire la rotta non basta un giorno. E per farlo, lo dico con grande convinzione, è fondamentale l’impegno delle nuove generazioni, che sono portatrici di una consapevolezza nuova. I giovani che s’impegnano in sono davvero stufi di quell’antipolitica che ha distrutto la buona politica. C’è una reazione su cui si può costruire un futuro diverso. Oggi ci dobbiamo tenere anche i “Responsabili”, se saranno necessari per fare andare avanti un’azione di Governo. Spero che la crisi si risolva in tempi ragionevoli, senza andare al voto, ma anche se ciò avverrà, come mi auguro per il bene del nostro Paese, la debolezza dei partiti e con essi la debolezza del nostro sistema democratico, è una grande questione che va affrontata con il rigore e la priorità che merita.


A proposito di partiti radicati, con una identità forte e anche con un grande senso dell’interesse nazionale. Il 20 gennaio si celebra il centenario della fondazione del Partito comunista italiano. Non c’è qualcosa di quella storia che andrebbe ripresa, aggiornandola certo ma assumendola?


Ci sono tante cose di cui si dovrà discutere ripensando a un pezzo così importante della nostra storia nazionale, perché questo è stato il Pci nel nostro Paese. In questo ripensamento che guarda al futuro recuperando il meglio di una storia importante, vi sono alcuni aspetti preminenti. Me ne viene in mente subito uno: il fatto che il Pci è un partito che è stato in grado, fino all’ultimissima fase della sua storia, anche quando il mondo era profondamente cambiato e alcune esperienze storiche si erano consumate, di portare davvero ai massimi livelli di rappresentanza, persone di tutte le estrazioni sociali. Un partito capace di integrare e valorizzare in un governo dei territori, dei comuni, delle regioni, dello stato, persone che provenivano dalle classi sociali più umili. Un partito in grado di fare da ascensore sociale nella formazione della sua classe dirigente, anche per chi proveniva dalle classi, definiamole così, “subalterne”. Persone di origini non privilegiate. Invece oggi la politica è molto condizionata da ricchezze private che favoriscono la costruzione di carriere, garantendo, anche attraverso i mezzi finanziari che si ha a disposizione, una visibilità mediatica che chi quelle risorse non ha se la sogna. Questa capacità di costruire una classe dirigente veramente rappresentativa del Paese, è qualcosa che si può recuperare, non è al di fuori del tempo. Si può combattere questa deriva, e in tal senso il Pci ha svolto una importante funzione nazionale, se vuoi esercitando anche una importante funzione “pedagogica”. Un elemento di forza del Pci, che in parte si può recuperare, chiaramente in forme nuove, è il fatto di avere dei gruppi dirigenti, come lo erano in altri tempi quelli del Pci, considerati dalle persone come davvero rappresentativi, a cui affidare una linea politica. Quella del Pci era una classe dirigente riconosciuta come tale. Oggi non è sempre così nei partiti. A volte c’è un’adesione che non sottintende una piena fiducia nella capacità di guida del partito. Sono questioni complesse ma che sono ancora estremamente attuali e dalla storia del Pci possiamo ritrovare ispirazioni che valgano anche per il mondo di oggi e per una sinistra del cambiamento.