Italia-Libia, le risposte che non arrivano e quel rapporto inquietante

Signora Ministra dell’Interno perché non dà ascolto all’appello del mondo solidale per riattivare i canali umanitari con i Paesi della Sponda Sud del Mediterraneo? E lo scambio di prigionieri?

Migranti in Libia

Migranti in Libia

Umberto De Giovannangeli 14 gennaio 2021

In ben altre, e di certo più importanti, faccende affaccendata, la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, non ha avuto il tempo di rispondere alle due domande che Globalist le aveva, con educazione e volontà costruttiva, posto. Ma noi, si sa, abbiamo la testa dura e, sempre con educazione, le continuiamo a porre: Signora Ministra dell’Interno perché non dà ascolto all’appello del mondo solidale per riattivare i canali umanitari con i Paesi della Sponda Sud del Mediterraneo? Signora Ministra dell’Interno, cosa c’è di vero in quanto pubblicato da il vice presidente del Governo di accordo nazionale (Gna) libico, Ahmed Maiteq , secondo cui nell’incontro avuto con Lei l’altro giorno al Viminale si è parlato anche di un accordo per lo scambio di prigionieri tra l’Italia e la Libia?


Quel rapporto illuminante


La speranza, come dicevano i latini, è l’ultima a morire. Nel frattempo, però, una risposta, indiretta quanto eloquente, sull’operato del Viminale sul fronte migranti, è possibile ricavarla dall’ultima relazione presentata dal dipartimento della Pubblica sicurezza al Parlamento relativa alle attività delle forze di polizia svolte nel 2019. 


Un documento che Luca Rondi ha passato al setaccio in un puntiglioso articolo su Altraeconomia. 


“Il ministero dell’Interno  - rimarca Rondi - rivendica la bontà degli accordi con la Libia e continua ad attaccare le attività di soccorso delle navi delle Ong presenti nel Mediterraneo. Il documento, pubblicato il 13 gennaio 2021, segnala che nel 2019 sono sbarcate sulle coste italiane, in totale, 11.471 persone con una diminuzione degli arrivi del 51% rispetto all’anno precedente. Nella relazione si legge che la riduzione della pressione migratoria nel nostro Paese è da attribuire ‘al rafforzamento della collaborazione con le autorità libiche; alla riduzione dell’area operativa della Joint Operation di pattugliamento marittimo ‘Themis’, coordinata dall’agenzia europea Frontex ed ospitata dall’Italia; alle iniziative intraprese dalle autorità italiane finalizzate a limitare le attività delle Ong in mare; ad una maggiore condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri nella gestione del fenomeno migratorio irregolare, in applicazione al principio di sussidiarietà e solidarietà previsto dal trattato sul funzionamento dell’Unione europea’. 


“Tutte iniziative positive, secondo il governo italiano, che non include nelle sue analisi almeno due elementi – annota Rondi - da un lato, la scarsa prospettiva di una politica che crede di poter “bloccare le partenze”, sconfessata dall’aumento del numero di persone sbarcate nel 2020 (+34%); dall’altra, le conseguenze che le politiche di esternalizzazione delle frontiere e di criminalizzazione delle attività di soccorso in mare hanno sulle vite di coloro che tentano di raggiungere l’Europa. 


Il Viminale afferma che la presenza delle Ong in mare concorra a garantire una maggior pressione migratoria, nonostante non sia mai stata dimostrata l’esistenza del cosiddetto “pull factor”, ovvero il presunto aumento del numero di partenze a fronte di una maggior presenza di navi di soccorso in mare. Lo hanno dimostrato i ricercatori Eugenio Cusumano, dell’Università di Leiden e Matteo Villa dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) in uno studio pubblicato nel novembre 2019. “Analizzando il periodo compreso tra il 2014 e l’ottobre 2019, non abbiamo individuato una correlazione -si legge nell’introduzione al dossier– tra il numero delle Ong presenti in mare e il numero di migranti che lasciano la Libia”. 


In altri termini, ed è paradossale ribadirlo all’inizio del 2021, le Ong non favoriscono la partenza dei migranti e la loro assenza aumenta piuttosto il rischio di morire in mare. Anche perché, la riduzione dell’area operativa di “Themis” significa un minor pattugliamento delle zone del Mediterraneo e quindi maggior difficoltà nel soccorso dei barconi in difficoltà. Lo confermano le analisi dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) sul tasso di mortalità nel Mediterraneo centrale. Nel 2019, su 21 persone che hanno tentato la traversata, una è morta (4,78%). Questo indice raffronta le morti accertate con il numero di arrivi irregolari in Italia e a Malta e le persone presenti sulle barche salpate dal Nord Africa e intercettate delle “autorità” libiche e tunisine. Una stima che, inevitabilmente, risente della difficoltà di conoscere precisamente il numero di persone presenti sui barconi affondati, intercettati e dispersi. Se si considera il numero di morti rispetto al numero delle persone sbarcate, il rapporto cresce ulteriormente: un morto ogni 13 persone, il 7,82%. Entrambi questi indici hanno registrato una crescita rispetto al 2018.


Infine, nella relazione, si sottolinea nuovamente il ‘rafforzamento della collaborazione con le autorità libiche’ ovvero il supporto operativo e finanziario, da parte dell’Italia, nell’equipaggiamento della cosiddetta guardia costiera libica -milizie armate che indossano uniformi statali- chiamata a bloccare i barconi che salpano dalle coste nordafricane. Sempre secondo i dati dell’Oim, il numero di imbarcazioni intercettate dalle “autorità” libiche e tunisine è cresciuto dall’8% del 2016 al 41% del 2019. Di conseguenza, per quanto riguarda la Libia, il numero di migranti ricondotti nei centri di detenzione è sensibilmente cresciuto: un vanto per le autorità italiane, nonostante siano ormai note le violenze sistematiche sofferte dalle persone detenute”.


Più chiaro di così...


Habemus inviato


Dal Viminale ci spostiamo alla Farnesina, il “regno”, si fa per dire, di Luigi Di Maio. L’altro giorno, prima che il “sabotatore” di Rignano facesse saltare il Governo, il nostro ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha incontrato il vice presidente del Consiglio presidenziale del Governo di Accordo Nazionale della Libia, Ahmed Maiteeq, reduce dall’incontro con la ministra Lamorgese di cui sopra.


“ Al centro del colloquio – recita il comunicato della Farnesina - gli ultimi sviluppi della situazione in Libia e un approfondito scambio di vedute sulle prospettive future del Paese, con particolare attenzione anche ai temi bilaterali.
Il ministro Di Maio ha confermato il pieno sostegno dell’Italia ai processi di dialogo intra-libici sotto egida Onu, ed in particolare al Foro di Dialogo politico libico, nella prospettiva della tenuta di elezioni nel dicembre 2021. Il ministro Di Maio ha evidenziato la necessità di imprimere un’accelerazione al dialogo politico attraverso un approccio inclusivo e costruttivo da parte degli attori coinvolti, con l’obiettivo di unificare le istituzioni del Paese.
Nel rimarcare l’urgenza della nomina di un nuovo inviato speciale Onu per la Libia, il ministro Di Maio ha ribadito che occorre attuare senza esitazione l’accordo sul cessate il fuoco, in linea con quanto deciso in seno alla Commissione militare congiunta 5+5, a partire dalla riapertura della strada costiera tra Sirte e Misurata e il ritiro di tutti i combattenti e mercenari stranieri. Il titolare della Farnesina ha inoltre sottolineato nuovamente la ferma opposizione italiana ad ogni forma di interferenza esterna in Libia.
Il ministro Di Maio ha infine auspicato il proseguimento del processo di riunificazione delle istituzioni finanziarie libiche. Egli ha altresì confermato l’interesse dell’Italia al rafforzamento della collaborazione bilaterale in ambito economico (attraverso la Commissione Economica congiunta italo-libica), di sicurezza e migratorio, con la revisione del Memorandum bilaterale del 2017”.


In tutto il comunicato non c’è riferimento alcuno al rispetto dei diritti umani, né alla questione dell’accordo, tirato fuori dal numero due di Tripoli, sullo scambio di prigionieri. 


L’unica novità è che dopo mesi di attesa, non si capisce di che e perché, il ministro Di Maio ha finalmente nominato “l“Inviato Speciale del Ministro per la Libia”. 


La scelta è caduta sull’ambasciatore Pasquale Ferrara. E per una volta, Di Maio ha fatto una scelta azzeccata, forse perché, come filtra dalla Farnesina, a suggerirgliela sono stati i quadri alti della nostra diplomazia. Chi scrive ha avuto modo di conoscere personalmente l’ambasciatore Ferrara in vari momenti della sua intensa carriera diplomatica. Competenza, passione, empatia, discrezione, curiosità intellettuale, fanno parte del suo bagaglio umano e professionale.


“L’Inviato Speciale - spiega una nota della Farnesina - rappresenterà l’Italia e ne garantirà la piena partecipazione a tutte le iniziative multilaterali a sostegno del processo politico libico, in linea con il nostro tradizionale impegno a favore della pace e della stabilità nel Paese. 


L’ambasciatore Ferrara avrà, altresì, il compito di sviluppare gli opportuni contatti con i principali attori locali e internazionali maggiormente attivi nel Paese. Egli promuoverà, infine, la riflessione strategica sia in Italia che con esperti internazionali sulle prospettive della stabilizzazione della Libia anche nel quadro Nordafricano”.


Gli auguri di buon lavoro sono sinceri. Ne avrà bisogno, per un incarico che definire oneroso è peccare di ottimismo.