Rifinanziamento degli aguzzini libici: il giorno della vergogna del Parlamento e i 30 che hanno detto "no"

Metteteli bene a mente, quando sentirete gli “altri” versare lacrime di coccodrillo per l’ennesima strage di migranti. Gli “altri”. Più realisti del re.

Bambino morto sulla spiaggia di Zuwara, Libia

Bambino morto sulla spiaggia di Zuwara, Libia

Umberto De Giovannangeli 15 luglio 2021

Palazzotto, Bersani, Boldrini, Bruno Bossio, Cecconi, Conte, De Lorenzo, Dori, Ehm, Fassina, Fioramonti, Fornaro, Fratoianni, Fusacchia, Lattanzio, Lombardo, Magi, Muroni, Orfini, Pastorino, Pini, Raciti, Rizzo Nervo, Sarli, Stumpo, Suriano, Termini, Timbro, Trizzino, Pollastrini. 

Teneteli bene a mente questi nomi. Perché sono gli unici che possono guardare negli occhi i sopravvissuti ai “viaggi della morte” o i tanti torturati nei lager libici senza arrossire di vergogna. Metteteli bene a mente, quando sentirete gli “altri” versare lacrime di coccodrillo per l’ennesima strage di migranti. Gli “altri”. Più realisti del re. Gli “altri”: quelli che pur di non creare problemi al Governo hanno votato a favore del rifinanziamento dell’associazione a delinquere denominata Guardia costiera libica.

La risoluzione bocciata

Le sistematiche violazioni dei diritti umani a cui sono sottoposti migranti e rifugiati in Libia sono state oggetto di diversi report delle Nazioni Unite, delle principali organizzazioni umanitarie e di molte inchieste giornalistiche - affermano i parlamentari -.Nei centri di detenzione gestiti dalle autorità libiche le persone subiscono violenze inaudite: vengono torturate, violentate, uccise o vendute come schiavi. Le collusioni, e spesso la sovrapposizione, tra la Guardia Costiera libica e le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani sono state oggetto di diverse indagini anche della magistratura italiana. Continuare a sostenere direttamente e indirettamente la deportazione di uomini donne e bambini nei centri di detenzione in Libia facendo finta che questa realtà non esista configura nei fatti una violazione delle Convenzioni internazionali a tutela dei diritti umani. Non è sufficiente spostare la catena di comando dall'Italia all'Europa: mantenere in vita questo sistema di respingimento resta una violazione del diritto internazionale che mina alle fondamenta la nostra civiltà giuridica. Riteniamo che una così grave crisi umanitaria richieda politiche che non mirino al contenimento di persone che fuggono da una condizione disperata, ma al contrario un intervento deciso che includa il ripristino del soccorso in mare con una missione europea sul modello di Mare Nostrum, un piano europeo di evacuazione dei centri di detenzione libici e l'apertura di corridoi umanitari stabili per permettere a chi si trova in Libia di fuggire da quell'inferno - conclude la nota congiunta -. Per questo oggi voteremo contro il rifinanziamento della missione bilaterale di supporto alla Guardia Costiera libica convinti che sia nostro dovere opporsi ad una così grave violazione dei diritti umani che avviene a poche miglia dalle nostre coste”.

A questo gli “altri” hanno detto “no”.

 La Camera ha invece approvato la  risoluzione di maggioranza che autorizza le missioni militari all'estero, deliberate dal governo. In favore ha votato anche FdI. i si' sono stati 438, i no 3, gli astenuti 2. Tecnicamente l'aula ha approvato la relazione delle commissioni difesa ed esteri in cui il governo è impegnato a "verificare la possibilità che dalla prossima programmazione vi siano le condizioni per superare" la cooperazione con la guardia costiera libica, trasferendola alla missione Ue 

 Nel giorno in cui il Parlamento italiano è tornato a esprimersi sulle missioni all'estero e sul rifinanziamento della Guardia costiera libica, nell'ambito del memorandum d'intesa bilaterale del 2017, l'Ong Amnesty International e l'Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim) hanno pubblicato due rapporti che puntano il dito sulle conseguenze del sostegno italiano ed europeo alle autorità di Tripoli in materia di contenimento della migrazione. In particolare Amnesty si è basata su 53 testimonianze di migranti e rifugiati detenuti in Libia già a partire dalla fine del 2020.

 

Il rapporto di Amnesty

In un rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha rivelato nuove prove di orribili violazioni dei diritti umani, compresa la violenza sessuale, nei confronti di uomini, donne e bambini intercettati nel mar Mediterraneo e riportati nei centri di detenzione libici. Il rapporto mette in luce le terribili conseguenze della cooperazione in corso tra l’Europa e la Libia in tema d’immigrazione e controllo delle frontiere.

Intitolato “Nessuno verrà a cercarti: i ritorni forzati dal mare ai centri di detenzione della Libia”, il rapporto dimostra che le violazioni dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati, in corso da un decennio, sono proseguite incontrastate nel primo semestre del 2021 nonostante l’asserito impegno ad affrontarle.

Il rapporto rivela inoltre che dalla fine del 2020 la Direzione per il contrasto all’immigrazione illegale (Dcim), un dipartimento del ministero dell’Interno della Libia, ha legittimato le violazioni dei diritti umani, integrando tra le strutture ufficiali due nuovi centri di detenzione dove negli anni scorsi le milizie avevano sottoposto a sparizione forzata centinaia di migranti e rifugiati. Persone sopravvissute a uno di questi centri hanno denunciato che le guardie stupravano le donne e le obbligavano ad avere rapporti sessuali in cambio di cibo o della libertà.

Questo rapporto getta nuova luce sulla sofferenza delle persone intercettate in mare e riportate in Libia per finire immediatamente in stato di detenzione arbitraria ed essere sistematicamente sottoposte a torture, violenza sessuale, lavori forzati e altre forme di sfruttamento nella totale impunità. Le autorità libiche, dal canto loro, hanno premiato i responsabili di queste violazioni dei diritti umani attraverso promozioni e l’assegnazione di posizioni di potere. Questo significa una sola cosa: che rischiamo di vedere gli stessi orrori replicarsi ancora, dichiara Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

“Il nostro rapporto evidenzia inoltre la perdurante complicità degli stati europei, che continuano vergognosamente a rafforzare e assistere i guardacoste libici nella cattura di persone in mare e nel ritorno forzato di queste ultime nell’inferno dei centri di detenzione della Libia, anche se nelle capitali europee si sa perfettamente a quali orrori quelle persone andranno incontro”, ha aggiunto Eltahawy.

Amnesty International chiede agli stati europei, tra cui l’Italia. di sospendere la cooperazione con la Libia in tema di controllo dell’immigrazione e delle frontiere.  

Il rapporto contiene le storie di 53 migranti e rifugiati precedentemente trattenuti in centri ufficialmente posti sotto il controllo del Dcim, 49 dei quali detenuti direttamente dopo essere stati intercettati in mare.

Le autorità libiche hanno dichiarato di voler chiudere i centri del Dcim dove si sono verificate violazioni dei diritti umani ma le stesse violazioni si stanno verificando nei centri di detenzione nuovi o trasferiti sotto il controllo dello stesso Dcim. Sintomo di un’impunità dominante, luoghi informali di prigionia originariamente sotto il controllo di varie milizie sono stati riconosciuti e integrati nella struttura del Dcim.

Nel 2020, centinaia di persone intercettate in mare e riportate in Libia sono di fatto scomparse in un luogo informale di detenzione, all’epoca diretto da una milizia. In seguito, il sito è stato posto sotto il controllo del Dcim col nome di Centro di raccolta e di ritorno di Tripoli – meglio conosciuto col nome al-Mabani – e vi sono stati assegnati il direttore e altro personale del centro Dcim di Tajoura, tristemente noto per le torture, chiuso nell’agosto 2019 dopo un bombardamento che aveva ucciso almeno 53 detenuti.

Violazioni dei diritti umani in corso nei centri di detenzione della Libia

Nella prima metà del 2021 ad al-Mabani sono state portate oltre 7000 persone intercettate in mare. Ex detenuti hanno descritto ad Amnesty International le torture, le condizioni detentive inumane, le estorsioni e i lavori forzati cui erano sottoposti. Alcuni hanno anche riferito di essere stati costretti a subire perquisizioni corporali invasive, umilianti e violente.

L’altro centro di detenzione precedentemente diretto da una milizia e ora integrato nel Dcim è quello di Shara’ al-Zawiya, a Tripoli, cui sono destinate persone in condizioni di vulnerabilità. Ex detenuti hanno raccontato ad Amnesty International che le guardie stupravano le donne e che alcune di loro venivano obbligate ad avere rapporti sessuali in cambio di forniture essenziali come l’acqua potabile o della libertà.

‘Grace’ (nome di fantasia) è stata picchiata brutalmente per non aver accettato il ricatto: Gli ho detto di no. Allora [la guardia] mi ha picchiato con una pistola, poi mi ha dato un calcio su un fianco con uno scarpone di cuoio da soldato”.

A seguito delle violenze subite, due giovani donne detenute a Shara’a al-Zawiya hanno tentato il suicidio.

Tre donne hanno testimoniato che due bambini, detenuti in cattive condizioni di salute con le loro madri dopo essere stati intercettati in mare, sono morti all’inizio del 2021 dopo che le guardie avevano rifiutato di trasferirli in ospedale.

Il rapporto di Amnesty International descrive violazioni dei diritti umani simili – tra cui pestaggi brutali, violenze sessuali, estorsioni, lavori forzati e condizioni detentive inumane – in sette centri di detenzione del Dcim.

Nel centro di Abu Issa, nella città di al-Zawiya, i detenuti hanno riferito di essere stati privati di sostanze nutrienti fino al punto di patire la fame. Ad al-Mabani e in altri due centri del Dcim, Amnesty International ha documentato l’uso illegale della forza e delle armi da fuoco da parte delle guardie e di altri uomini armati, che hanno ucciso e ferito detenuti.

“L’intero sistema dei centri di detenzione libici per i migranti è marcio dalle fondamenta e dev’essere smantellato. Le autorità libiche devono chiudere immediatamente tutti i centri di detenzione per rifugiati e migranti e porre fine alla loro detenzione”, ha sottolineato Eltahawy.

Le missioni “di soccorso” libiche mettono in pericolo le vite umane

Tra gennaio e giugno del 2021 le missioni “di soccorso” dei guardacoste libici sostenuti dall’Europa hanno intercettato in mare e riportato in Libia circa 15.000 persone, più che in tutto il 2020.

Le persone intervistate da Amnesty International hanno regolarmente descritto la condotta dei guardacoste libici come negligente e violenta. Sopravvissuti hanno raccontato come i guardacoste libici avevano deliberatamente danneggiato le imbarcazioni su cui viaggiavano, in alcuni casi causandone il capovolgimento e – in almeno due occasioni – l’annegamento di migranti e rifugiati. Un testimone oculare ha dichiarato che dopo che i guardacoste libici avevano fatto capovolgere un gommone, anziché soccorrere le persone in mare hanno filmato la scena.

Nei primi sei mesi del 2021 nel Mediterraneo centrale sono morti annegati oltre 700 migranti e rifugiati.

Persone intervistate da Amnesty International hanno spesso dichiarato che, durante la traversata, avevano visto degli aerei sopra di loro o delle navi nei paraggi che rifiutavano di offrire assistenza, mentre i guardacoste libici si avvicinavano.

Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere e delle coste, svolge sorveglianza aerea sul Mediterraneo per individuare imbarcazioni di migranti e rifugiati e dal maggio 2021 utilizza un drone su questo tratto di mare. Le navi europee hanno per lo più abbandonato le rotte del Mediterraneo centrale per evitare di dover soccorrere imbarcazioni di migranti e rifugiati a rischio di affondamento.

L’Italia e altri stati membri dell’Unione europea hanno continuato a garantire assistenza materiale, come ad esempio motovedette, ai guardacoste libici e stanno lavorando alla creazione di un centro di coordinamento marittimo nel porto di Tripoli, prevalentemente finanziato dal Fondo Fiduciario dell’Unione europea per l’Africa.

“Nonostante le massicce prove dei comportamenti sconsiderati, negligenti e illegali dei guardacoste libici in mare, e delle sistematiche violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione a seguito dell’intercettamento in mare, i partner europei continuano a sostenere i guardacoste libici che riportano a forza le persone in Libia, a soffrire di nuovo quegli stessi abusi da cui erano fuggite”, ha commentato Eltahawy.

“È ampiamente giunto il momento che gli stati europei riconoscano che le conseguenze delle loro azioni sono indifendibili. Devono sospendere la cooperazione con la Libia in tema di controllo dell’immigrazione e delle frontiere e aprire urgentemente quei percorsi sicuri così necessari per la salvezza di migliaia di persone bisognose di protezione, attualmente intrappolate in Libia”, ha concluso Eltahawy.

Ha tutto questo scempio, il Governo e la stragrande maggioranza dei “nostri” parlamentari hanno dato il loro contributo. Ricordatelo quando gli “altri” piangeranno, fintamente, i morti in mare. Gli “altri” sono complici, consapevoli, degli aguzzini libici. 

Ricatto libico.

Per cogliere appieno la portata del ricatto libico a cui il Governo italiano e la stragrande maggioranza dei “nostri” parlamentari si sono assoggetti, è bene leggere quanto scritto ieri su Avvenire da uno dei pochi giornalisti d’inchiesti rimasti all’Italia, uno che la realtà libica la conosce in ogni sua piega: Nello Scavo.

La conferma del ricatto libico arriva alle 15.56 quando le agenzie di stampa riassumono gli umori della maggioranza di governo: “Senza percorso comune sulla Libia aumenteranno i flussi”. In altre parole, senza la riconferma del rifinanziamento alle milizie del mare, federate in almeno tre sigle, sarà più difficile continuare a chiedere a Tripoli la cattura di migranti salpati dalle coste del Paese.

“Dopo un pomeriggio di scontri apparenti e tatticismi - scrive Scavo - è arrivato come previsto il via libera delle commissioni Esteri e Difesa della Camera all’emendamento del Pd, che puntava alla verifica della cooperazione con la Guardia costiera libica. La riformulazione proposta dall’esecutivo ’impegna il governo a verificare, dalla prossima programmazione, le condizioni per verificare il superamento di suddetta missione"’ Alcune fonti interne al Pd traducono: ‘Di fatto, con il nostro impegno il governo termina la missione dal prossimo anno’..

‘Perché non subito? Perché concedere un altro anno per torturare?’, si è domandato tra gli altri l’ex presidente del Pd, Matteo Orfini. I guardacoste libici, peraltro, sono oramai fuori dal controllo dell’Italia e dell’Europa. A riconoscerlo, dopo anni di blande smentite, è proprio una fonte della Commissione Europea. ‘L’addestramento della guardia costiera libica rientra nel mandato dell’operazione Ue Irini, ma da quando la missione è stata lanciata, il 31 marzo 2020, non ha potuto iniziare l’attività a causa di resistenze della parte libica’,  ha dichiarato da Bruxelles una fonte della commissione citata dall’Ansa, secondo cui «lo stallo è creato dalla pressione della Turchia, che ha iniziato in proprio l’addestramento in Libia, con le proprie forze sul terreno’. Le prime immagini dell’addestramento sulle motovedette donate dall’Italia ad opera degli ufficiali di Ankara risalgono all’ottobre 2019. ‘La speranza – sostiene la fonte della Commissione Ue – è che la situazione si sblocchi dopo le elezioni e a seguito degli appelli per il ritiro delle forze straniere». 

La scadenza elettorale è fissata al 24 dicembre, dunque l’eventuale ripresa della cooperazione diretta con la cosiddetta guardia costiera libica non potrebbe riprendere prima del 2022, nonostante i fondi italiani arriverebbero a Tripoli subito. Il nostro Paese mantiene nel porto della capitale libica una nave officina che quotidianamente svolge attività di manutenzione per le motovedette, a spese del Governo italiano, nonostante i pattugliatori rispondano poi alle indicazioni di Ankara e non più di Roma...”.

Questo è tutto. Basta e avanza per dire a quanti hanno votato oggi la risoluzione passata alla Camera: Vergognatevi.