Essere di sinistra e il voto del 15 luglio (sul finanziamento della guardia costiera libica)

Dalla parte dei richiedenti asilo, dei lavoratori della Gkn licenziati con una mail. Coerenza. E memoria storica. Certe battaglie si combattono anche sapendo che potrebbero non essere vinte.

Lager in Libia

Lager in Libia

Umberto De Giovannangeli 18 luglio 2021

C’è un passaggio dell’intervista di Riccardo Noury a Globalist che mi ha fatto riflettere: ““I diritti vengono intesi come degli acini o dei chicchi di un grappolo d’uva. Uno lo prendi, uno lo scegli, uno lo butti. E quindi si produce un cortocircuito per cui coloro che sono a favore, giustamente, del ddl Zan, anziché votare contro, tutti, il rifinanziamento della Guardia costiera libica, votano a favore.

Il che vuol dire che, siccome Orwell lo conosco anche io, i diritti sono uguali, però alcuni diritti sono più uguali degli altri. Soprattutto quando i titolari dei diritti che valgono un po’ di meno, non portano voti”.

Il portavoce di Amnesty International Italia tocca un nervo scoperto, un nodo dolente per la sinistra: la coerenza. Coerenza tra quanto si dice e quello che poi si fa. Coerenza tra parole e azioni. Una coerenza smarrita. Il voto del 15 luglio alla Camera dei deputati non è soltanto uno sfregio per i diritti umani che, come ha ben il presidente del Centro Astalli, padre Camillo Ripamonti, ha trasformato l’indifferenza in complicità con gli aguzzini, i torturatori libici.

Dentro quel voto della grande maggioranza dei deputati dem e, se li si colloca in una dimensione progressista, dei pentastellati, c’è una gerarchia dei diritti ingiusta. Di più: indecente. Sì, indecente. Perché si afferma che chi soffre l’emarginazione per le proprie “inclinazioni” sessuali merita più attenzione del disperato che fugge da guerre, disastri ambientali, sfruttamento disumano, povertà assoluta, e mette la sua vita nelle mani di trafficanti di esseri umani e di criminali in divisa.

Per loro, non c’è spazio nei palinsesti televisivi, nei mortiferi salotti mediatici. Dice bene Noury: “non portano voti”. Quel voto racconta di un distacco abissale tra i rappresentanti del popolo e il popolo, di sinistra, che non si sente più rappresentato. E sì che il “mondo solidale”, composto da centinaia di associazioni, gruppi di base, sindacati, ha fatto di tutto per convincere i parlamentari a dire “no” al rifinanziamento di quell’associazione a delinquere denominata Guardia costiera libica. Neanche il video che mostra una motovedetta della Guardia libica aprire il fuoco contro un barcone di migranti, per poi cercare di speronarlo, ha convinto la stragrande maggioranza di deputati dem e 5 Stelle a dare ascolto alla propria coscienza. Niente da fere. Sarebbe troppo facile, e semplicistico, cavarsela sostenendo che il Pd non è più, se mai lo è stato, un partito di sinistra.

Questo più che un giudizio appare una sentenza. Le cose sono più complicate. Perché se gli si chiede se si sentono di “sinistra”, molti dei parlamentari dem che hanno votato il rifinanziamento, direbbero di sì, “siamo di sinistra”. E noi gli crediamo.

Ma il punto è proprio questo: cosa significa essere di sinistra. Cosa significa in termini di valori, di visione del mondo, di rappresentanza sociale. Cosa significa essere “partigiani”. Partigiani nel significato più alto e nobile del termine: essere di parte. Nella resistenza antifascista come nella difesa dei più indifesi. Partigiani dei diritti. Diritti umani, civili, sociali. Essere di parte. Dalla parte dei richiedenti asilo, dei lavoratori della Gkn licenziati con una mail. Coerenza. E memoria storica. Certe battaglie si combattono anche sapendo che potrebbero non essere vinte. Fu così quando Enrico Berlinguer prese la parte degli operai della Fiat in lotta. Una vicinanza anche fisica, come testimoniano le immagini, che restano nella storia, del segretario del Pci che parla agli operai davanti al cancello 5 della Mirafiori. Essere di parte oggi significa far proprio la sofferenza e la speranza dei “disperati del mare”. E’ includere e non escludere. Quel voto è uno spartiacque tra un prima e un dopo. Perché nessuno poteva dire “non sapevo”. Perché tutti sanno che i lager libici assomigliano terribilmente a quelli nazisti. Perché tutti hanno visto quel video. Essere di sinistra significa avere uno sguardo sul mondo e scegliere con chi stare. Con il popolo palestinese in lotta contro l’occupazione israeliana e il regime di apartheid instaurato in Cisgiordania. A quando la discussione sul riconoscimento unilaterale dello Stato palestinese?  Sono anni che si attende il voto del Parlamento. Un’attesa infinita. Essere di sinistra vuol dire percepire il mondo a partire dall’orizzonte, dal limite, da ciò che sta sullo sfondo. In pratica, mettere al centro non più se stessi (come fa la destra, il liberalismo e il capitalismo), ma gli emarginati, gli invisibili, gli ultimi. “Se si comincia dal limite, si è di sinistra. E in un certo modo si capisce che sono quelli i problemi da risolvere. […] Essere di sinistra è sapere che i problemi del Terzo Mondo sono più vicini a noi dei problemi del nostro quartiere. È veramente una questione di percezione, non di anime belle”, ebbe a dire quel grande intellettuale che è stato Gilles Deleuze.

Deleuze è forse l’unico intellettuale di sinistra della sua generazione a non essersi iscritto al Partito Comunista, il che gli permise di sviluppare una visione critica e autonoma dalle dinamiche interne al partito, rendendolo una delle voci più autorevoli e suggestive del Sessantotto. 

Le parole di Deleuze – scrive con sapienza Daniele Fulvi su The Vision -, suonano ancora di grande attualità, perché mettono in luce con acume i problemi che la sinistra europea postcomunista si porta dietro. La sinistra sembra infatti essersi trincerata dietro a una presunta superiorità intellettuale e morale, e dietro a quelli che Deleuze chiamava i ‘discorsi odiosi di intellettuali senza idee’.. Ma non basta volere la rivoluzione per essere rivoluzionari; non basta essere a favore delle “quote rosa” per sostenere le donne; non basta approvare una legge sulle unioni civili e una discutibile legge sull’immigrazione per creare diritto. Così facendo la sinistra non ribalta la prospettiva reazionario-borghese e non parte dal limite, ma usa il limite come strumento di propaganda da sfruttare all’interno di quella stessa prospettiva. Le quote rosa sono una concessione alle donne fatta dall’uomo che detiene – o meglio, che rappresenta – la maggioranza; e lo stesso vale per le unioni civili e le politiche del centrosinistra per l’integrazione dei migranti, che non creano diritto ma semplicemente tollerano un’eccezione rispetto al maschio-adulto-urbanizzato (per antonomasia bianco ed eterosessuale). Tutte queste cose non ribaltano la prospettiva che vuole chi rientra nel modulo come centro del mondo, ma al contrario sono apparenti concessioni che non solo non scalfiscono la centralità della stessa unità di misura, ma la abbelliscono e la presentano come buona e giusta, agendo in una visione di destra. La sinistra dovrebbe imparare a riscoprire il coraggio di negare e rovesciare questa prospettiva e di partire davvero dalla minoranza deleuziana fornendo gli strumenti per ‘agire nella giurisprudenza’ e non sfruttandola esclusivamente per un suo tornaconto elettorale. L’anonimo maschio-adulto-urbanizzato deve quindi finalmente abdicare alla propria centralità e al proprio privilegio, lasciando spazio alla diversità di genere, orientamento, etnia e status sociale”.

Essere di sinistra vuol dire, per dirla con Deleuze, “mettere al centro i diritti degli ultimi”. Quei diritti sono stati mortificati dal voto del 15 luglio. Chi ha votato a favore del rifinanziamento non è di sinistra. Semplicemente.