In Egitto liberata "The Facebook Girl": una speranza per Patrick Zaki

Una breccia si è aperta nel granitico regime del “Faraone”. E in quella breccia potrebbe passare anche Patrick Zaki. Non è una certezza, ma qualcosa in più di una speranza.

 Esraa Abdel-Fatah, l'attivista egiziana soprannominata la Facebook girl

 Esraa Abdel-Fatah, l'attivista egiziana soprannominata la Facebook girl

Umberto De Giovannangeli 19 luglio 2021

Una breccia si è aperta nel granitico regime del “Faraone”. E in quella breccia potrebbe passare anche Patrick Zaki. Non è una certezza, ma qualcosa in più di una speranza.

Rilasci “eccellenti”

Le porte del carcere si sono aperte per giornalisti, avvocati e politici. Stavolta in uscita. E anche l’Italia adesso può sperare per il “suo” Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’università di Bologna ormai in cella da 530 giorni. È stato un fine settimana difficile da dimenticare per tutti i difensori dei diritti umani nel Paese nordafricano. Premiati gli sforzi e le campagne per spingere le autorità del Cairo a liberare prigionieri in cella da oltre due anni in attesa di giudizio o con accuse risibili. È il caso, in particolare, di due donne, la giornalista Esraa Abdel Fattah, rimessa in libertà sabato pomeriggio dopo oltre venti mesi di carcere, e l’avvocatessa Mahinour al-Masry arrestata nel settembre 2019, tornata nella sua casa ieri.

Nel complesso in questo week-end sono stati rimessi in libertà sei detenuti che l’informazione egiziana definisce di alto profilo”. Oltre a Abdel Fattah e al-Masry la buona sorte è toccata ai giornalisti Mostafa al-AsarMoataz Wadnan (per i due la detenzione in attesa di giudizio è addirittura stata allungata per 40 mesi, quasi il doppio del limite legale) e Gamal al-Gamal, oltre al vice capo del Partito Socialista dell’Alleanza Popolare, Abdel Nasser Ismail.

Per tutti loro le porte delle carceri si sono definitivamente aperte dopo il trasferimento nella sede centrale della Nsa, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale, nel popoloso quartiere di Abbasyia. Le due donne, assieme a Solafa Magdy, altra giornalista rimasta in cella per quasi due anni e rilasciata ad aprile, all’inizio del 2021 avevano promosso un’azione congiunta, denunciando le condizioni della loro prigionia nel carcere femminile di al-Qanater, a nord-ovest del Cairo.

 

Le tre detenute avevano descritto nei minimi dettagli abusi, maltrattamenti e violenze commessi da alcuni ufficiali della National Security Agency. Ora sono tutte tornate ai loro affetti e le scarcerazioni sono state particolarmente festeggiate sulla rete social delle organizzazioni che si battono per la tutela dei diritti in Egitto. Tra i messaggi di gioia e condivisione anche uno di speranza, a postarlo Marise Zaki, la sorella di Patrick: “Bellissime notizie, vorrei che ne facesse parte anche mio fratello”, ha detto. Certo, adesso l’ottimismo cresce per lo studente egiziano come per altre decine, centinaia di detenuti per reati di coscienza arrestati negli ultimi anni dal regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi.

La retata più consistente è quella messa in atto all’inizio dell’autunno del 2019 e tra poco le detenzioni di molti avranno raggiunto e superato i due anni canonici, limite fissato dalla legge egiziana per la carcerazione senza giudizio. Patrick Zaki tra due settimane arriverà a 18 mesi precisi.

Fino a qui le buone notizie. Non si può dire lo stesso per Ahmed Samir Santawi che ha ormai raggiunto il limite del primo mese di sciopero della fame. A differenza di Zaki, la Corte penale del Cairo a giugno ha condannato Santawi a una pena di 4 anni per una manciata di post su Facebook. Le sue condizioni di salute sono preoccupanti e tengono in ansia i genitori e la fidanzata, Souheila Yildiz.

E lunedì mattina è arrivata anche la notizia dell’arresto di Abdel Nasser Salama, in passato direttore del principale quotidiano egiziano al-Ahram, prelevato dopo la pubblicazione di un post sulla sua pagina Facebook in cui esortava il presidente egiziano a dimettersi per una presunta cattiva gestione di uno scottante dossier di politica estera, quello della maxi-diga etiope che ridurrà la portata d’acqua del Nilo a disposizione dell’Egitto. La Procura generale ha deciso di porre Salama in custodia cautelare in carcere per 15 giorni con l’accusa di adesione a un “gruppo terroristico” e la “pubblicazione di false informazioni”.

La “preoccupazione” del Dipartimento di Stato Usa

La pressione da parte degli Stati Uniti sarebbe stata fondamentale. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano Ned Price ha espresso “preoccupazione”, mercoledì scorso, per la detenzione di accademici, giornalisti e attivisti in Egitto, dichiarando in conferenza stampa che Washington «in quanto partner strategico» si è fatta sentire con il governo di al- Sisi. Price ha citato il caso di Hossam Bahgat, il presidente dell’Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), una delle principali organizzazioni per il monitoraggio dei diritti in Egitto. Bahgat è stato incriminato lo scorso 12 luglio per un tweet nel quale un anno fa aveva criticato la commissione elettorale (è accusato di aver insultato le autorità elettorali e diffuso notizie false). Price ha spiegato che “individui come Bahgat non dovrebbero essere sotto attacco per aver espresso le loro opinioni”. Rispondendo ad una domanda sulla vendita di armi all’Egitto, il portavoce ha poi osservato che il presidente Biden ha discusso in passato sulla situazione dei diritti umani con al-Sisi e che si tratta di qualcosa che gli Stati Uniti “prendono in seria considerazione” in queste decisioni.

“The Facebook Girl”

 Esraa Abdel-Fatah è soprannominata così per aver creato nel 2008 la pagina "6 aprile" a sostegno degli scioperi dei lavoratori e per chiedere riforme politiche la giornalista 43enne era stata arrestata nell'ottobre 2019 con l'accusa di aver diffuso "notizie false" e collaborato "con un gruppo terroristico". Il suo fermo aveva suscitato l'indignazione della comunità internazionale e la condanna degli Stati Uniti che lo definirono "scandaloso".

Esraa, che era stata arrestata anche ai tempi del regime di Mubarak, era stata critica nei confronti dei Fratelli Musulmani quando avevano preso il potere in Egitto nel 2012 e sostenuto le proteste del 2013 che portarono alla cacciata del presidente islamista Mohammed Morsi. "Tutto quello che è successo è successo grazie ai giovani egiziani. Siamo stati il motore del cambiamento, è iniziato tutto con noi e poi si sono uniti gli altri gruppi", aveva dichiarato in un'intervista alla Harvard Political Review di qualche anno fa. 

E quel “motore” non ha smesso di funzionare. Nonostante la feroce repressione subita, la censura, la tortura, gli arresti a migliaia, le sparizioni. La società civile egiziana si è organizzata, dal basso, fuori dai partiti tradizionali. Usa i social per veicolare le proprie idee, per estendere la protesta, per fare controinformazione. E il motore di tutto ciò sono i giovani. I giovani acculturati, che sognano un Egitto democratico, plurale, non più ostaggio di raìs e generali. E in questo movimento che non si arrende le più determinate sono le ragazze. 

La rivolta è rosa

“Sulla carta è una fase molto buia per il Paese, schiacciato sotto il giogo della dittatura militare, ma, per quanto impercettibile dall’esterno, è iniziata la rivoluzione femminista: a dieci anni dalla piazza dei blogger è il momento della piazza delle donne”. Ad affermarlo, in una bella intervista di Francesca Sforza de La Stampa, è la scrittrice Mona Eltahawy, rifugiatasi, come molti altri suo connazionali, in Canada per sfuggire al regime di al-Sisi. “L’estate scorsa – racconta - è cominciata una cosa nuova, grande, un movimento di donne egiziane che denuncia sui social network le molestie e la violenza sessuale. Non sono mai state così a tante a parlarne apertamente. È come nel 2011, quando i ragazzi utilizzavano internet per coordinarsi aggirando la censura. Anche oggi le proteste in Egitto sono proibite, eppure queste donne vanno online, trovano uno spazio alternativo a quello negato e, raccontandosi, finiscono per raccontare la violenza sessuale ma anche il sesso come piacere, il desiderio. Perché di fondo abbiamo bisogno di una rivoluzione sessuale affinché quella politica si compia, è un’onda che monta, le donne impugnano il diritto a rivendicare una sessualità gratificante. Alle origini del 2011 era il movimento kyfaia, che in arabo significa ‘basta’. Adesso siamo al kyfaia dell’oscurantismo sessuale, la svolta da cui non si torna indietro”.