Afghanistan, un popolo tradito da un'Europa che chiude le porte alla disperazione

“L’Europa chiude le porte alla disperazione”. È la condanna del Centro Astalli che giunge dopo il recente Consiglio Affari interni dell’Ue, dedicato alla crisi del paese finito sotto il gioco talebano

Assalto dei civili in fuga all'aeroporto di Kabul

Assalto dei civili in fuga all'aeroporto di Kabul

Umberto De Giovannangeli 4 settembre 2021

Le chiacchiere non oscurano l’amara verità: “L’Europa chiude le porte alla disperazione” 

Verba volant...

L'obiettivo dell'Italia e dell'Ue è "aiutare il popolo afghano e i Paesi confinanti lì, fare in modo di poter gestire insieme, in loco, quelli che sono i flussi migratori e che possono diventare un esodo di massa verso l'Europa. Dobbiamo evitarlo e dobbiamo farlo sostenendo i progetti Onu e anche i progetti italiani di cooperazione". Così ieri Luigi Di Maio al termine della riunione dei ministri degli Esteri Ue in Slovenia, prima di partire per una missione nella regione, in Qatar, Uzbekistan, Tajikistan e Pakistan. 
Il titolare della Farnesina ha ricordato che l'Italia vuole "convertire i soldi che utilizzavamo per formare l'esercito afghano in progetti di cooperazione allo sviluppo con il Pakistan, il Tajikistan, l'Uzbekistan e con altri Paesi della regione" per aiutare a gestire i flussi dall'Afghanistan. Questi Paesi, ha aggiunto Di Maio, "non possono essere lasciati soli". 

Veritates manent

Di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno, verrebbe da dire a commento delle asserzioni del titolare degli Affari Esteri . La realtà, purtroppo è un’altra. “L’Europa chiude le porte alla disperazione”. È la condanna del Centro Astalli che giunge dopo il recente Consiglio Affari interni dell’Ue, dedicato alla crisi in Afghanistan, definito un’“ennesima occasione mancata di dare priorità a dignità e diritti, di scegliere la via della solidarietà nei confronti di scappa da guerra e persecuzione”. “In un tragico gioco degli specchi cui siamo costretti ad assistere da anni – afferma padre Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli -, l’Europa si continua a definire in pericolo, sotto attacco e in situazione di perenne emergenza, ritenendo di dover proteggere se stessa da uomini e donne disperati in fuga da guerre e crisi umanitarie”. Da qui la richiesta reiterata del Centro Astalli per “la fine di accordi di esternalizzazione, proposti anche per gestire la crisi afgana: il fallimento degli ultimi anni, il costo in termini di vite umane e la condizione di ricattabilità in cui ci si va a porre – spiegano dal Centro – li rendono da ogni punto di vista inadeguati e deprecabili; l’apertura di vie di ingresso legali per i richiedenti protezione internazionale dall’Afghanistan e dalle aree di crisi del Mediterraneo; programmi di accoglienza e integrazione per quote significative di rifugiati da gestire con meccanismi di corresponsabilità e ripartizione tra tutti gli Stati Ue”. Dal Centro anche la richiesta per “un cambio radicale in politica estera che consenta di mettere al centro la pace e la sicurezza da perseguire con tutti gli strumenti della diplomazia e del dialogo”.

Le considerazioni del Centro Astalli trovano conferma nella denuncia del presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. . “Siamo rimasti molto delusi dalle conclusioni del Consiglio Affari interni. Abbiamo visto Paesi fuori dall’Unione europea farsi avanti per offrire accoglienza ai richiedenti asilo afghani, ma non abbiamo visto un solo Paese membro fare altrettanto. Tutti hanno giustamente pensato ai propri collaboratori e alle loro famiglie, ma nessuno ha avuto il coraggio di offrire rifugio a coloro che sono ancora oggi in pericolo di vita. Non possiamo fare finta che la questione afghana non ci riguardi, perché’ abbiamo partecipato a quella missione condividendone gli obiettivi e le finalità”, ha affermato il presidente dell’Europarlamento intervenendo nei giorni scorsi al Forum strategico di Bled.

 

 “Una voce europea forte e comune sulla scena internazionale è più che mai necessaria. L’Europa deve prendere il suo posto, far sentire la sua voce, definire i propri interessi strategici anche nel quadro dell’Alleanza Transatlantica, per poter svolgere un’azione di stabilizzazione, di pace e di sviluppo insieme ai nostri partner in un quadro multilaterale”, ha proseguito Sassoli. “Questo va di pari passo con la necessità di avanzare insieme verso una vera politica di sicurezza e di difesa comune, senza la quale rimarremo dipendenti dalla buona volontà delle grandi potenze e ci esporremo alle minacce dei regimi autoritari – ha aggiunto – Per questo dobbiamo anche fare un passo avanti ambizioso e prendere in considerazione il voto a maggioranza qualificata nel Consiglio ogni volta che sia possibile, per garantire la rapidità e l’efficacia della nostra azione esterna comune”

 Al Quirinale c’è un presidente europeista. E solidale.

 “L’Unione Europea ha dimostrato, di fronte alla pandemia e alle sue conseguenze sul piano economico e sociale, una capacità di reazione efficace e tempestiva”. Ora un “analogo impegno deve riguardare il contributo dell’Ue alla causa della pace, dello sviluppo, della sicurezza e della stabilità internazionale. Di qui la necessità di una politica estera e di sicurezza comune”. A dirlo è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che nel suo messaggio al Forum Ambrosetti di Cernobbio richiama, ancora una volta, i vertici dei 27 stati membri dell’Unione Europea alle loro responsabilità di accoglienza e collaborazione sui temi della politica estera, materia in cui, ammonisce, “la Ue si è mossa, sin qui, troppo timidamente”. Oggi, sottolinea, il Capo dello Stato.

  “l’Europa non può permettersi di essere assente da scenari ed eventi le cui conseguenze si ribaltano sui Paesi che la compongono e dalla definizione delle regole che presiedono alle relazioni internazionali”. L’Europa ha dato del resto pessima prova di sé anche sul fronte strategico e geopolitico, ha rimarcato Mattarella: quanto accaduto in Afghanistan “ha messo in evidenza la scarsa capacità di incidenza dell’Unione europea, totalmente assente negli eventiE’ indispensabile assicurare subito gli strumenti di politica estera e di difesa comune. La Nato è importante ma oggi è richiesto che l’Unione europea abbia una maggiore capacità di presenza nella politica estera e nella difesa. Questa prospettiva è importante anche per gli Stati Uniti”.

 Parole che ricalcano quelle da lui pronunciate solo una settimana fa, in occasione delle celebrazioni a Ventotene degli 80 anni del Manifesto che ha posto le basi per l’Europa Unita, quando Mattarella aveva ammonito i leader europei per il loro rifiuto di accogliere i profughi afghani in fuga dai Talebani.

Il discorso di Ventotene

“In questi giorni c’è una cosa che sinceramente appare sconcertante e che si registra qua e là nell’Unione europea: grande solidarietà nei confronti degli afghani, che perdono libertà e diritti, ma che rimangano lì, non vengano qui, perché se venissero non li accoglieremmo. Questo non è all’altezza del ruolo storico, dei valori dell’Europa e della sua unione”, ebbe a rimarcare in quell’occasione Mattarella.

Apocalisse umanitaria

“È cruciale riprendere le operazioni per evitare un disastro in futuro. I bambini soffrono la fame, non vanno a scuola e l’inverno sta arrivando: è necessaria un’azione urgente” cosi Hassan Noor, direttore regionale di Save the Children in Asia, annuncia la volontà dell’Organizzazione di voler riprendere alcuni dei suoi interventi nel Paese prima dell’arrivo dell’inverno, soprattutto alla luce delle crescenti preoccupazioni per la devastante crisi umanitaria in corso in Afghanistan. La recente escalation di violenze in Afghanistan ha infatti costretto Save the Children a sospendere le attività nel paese a metà agosto ma l’Organizzazione si dice ora fiduciosa di poter tornare presto al lavoro. “Anche prima di questa crisi – sottolinea Noor – gli aiuti umanitari all’Afghanistan non erano sufficienti e milioni di persone avevano un disperato bisogno di aiuti salvavita. Ora la situazione è molto peggiorata. Da quando la violenza è aumentata, sempre più bambini soffrono la fame e vivono all’aperto senza riparo, cibo o cure mediche. Le famiglie che cercano di mettersi in salvo affrontano orrori inimmaginabili e i bambini sono traumatizzati”. Già prima della presa di potere dei talebani – sottolinea l’Organizzazione – l’Afghanistan era paralizzato da fame e povertà ed era il secondo paese al mondo per numero di persone che soffrono la fame dopo che una combinazione di Covid-19, conflitti e siccità ha portato a una crisi alimentare senza precedenti. La risposta umanitaria in Afghanistan è gravemente sottofinanziata e i bisogni della popolazione stanno aumentando. Senza un aiuto urgente decine di migliaia di bambini potrebbero morire a causa di malnutrizione e malattie soprattutto in vista dell’inverno durante il quale le temperature raggiungono anche i -16°C, con notti gelide e nevicate frequenti.

Lettera al Direttore

Una lettera che racconta la tragedia umanitaria in atto in Afghanistan e i rischi di vita che corrono i più indifesi tra gli indifesi: i bambini.

A scriverla al direttore di Avvenire è Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia. E Marco Tarquinio, direttore del quotidiano della Cei l’ha pubblicata dandone il giusto risalto. 

“Caro direttore, 
le immagini che vediamo in questi giorni del passaggio di mano in mano di bambine e bambine all’aeroporto di Kabul da parte di genitori disperati che chiedono una via di fuga almeno per i più piccoli destano grande rabbia, senso di impotenza, preoccupazione che non dimenticheremo facilmente. In Afghanistan c’è una evidente emergenza umanitaria che dura da anni, non è esplosa solo negli ultimi mesi e di essa occorre d’urgenza farsi carico.  L’Afghanistan, infatti, non è proprio il miglior Paese dove vivere la propria infanzia. Dall’inizio dell’anno, per citare qualche numero, più di 550 bambini sono stati uccisi, 1.400 feriti. Tragicamente – come ha chiarito il quinto rapporto del Segretario Generale dell’Onu sui bambini e il conflitto armato in Afghanistan – le perdite di bambini nella prima metà di quest’anno hanno costituito il più alto numero di piccole vittime uccise e mutilate da quando sono iniziate le verifiche da parte delle Nazioni Unite. Un dato impressionante Durante l’ultima fase del conflitto armato fino alla presa di possesso finale di Kabul pochi giorni fa, come Unicef abbiamo continuato a operare per i bambini del Paese e a rispondere ai loro bisogni urgenti. Nonostante tutte le domande senza risposta che ci aspettano, una cosa è certa: l’Unicef c’è e vuole restare e aiutare ogni bambino e ogni donna in Afghanistan. Ci siamo da 65 anni e non ce ne andremo. 

Ecco perché riteniamo che occorra ampliare la risposta umanitaria nel Paese, subito, prima ancora di riflettere sui corridoi umanitari. Nel breve termine stiamo fornendo team mobili sanitari e per la nutrizione nei campi per gli sfollati interni e stiamo aumentando la fornitura di acqua nei campi per sfollati e nelle aree colpite dalla siccità che colpisce ancora il Paese, ma non basta. C’è per esempio molto da fare ancora per sconfiggere la polio. 

L’Afghanistan è uno dei due Paesi polio-endemici al mondo. Sarà quindi fondamentale continuare ad avere l’accesso alle comunità, comprese case e moschee, per vaccinare i bambini sperando che l’accesso diventi più facile. Questo è un periodo di transizione in Afghanistan e nessuno può prevedere cosa succederà. 

Ma con mezzo milione di persone sfollate all’interno del Paese e oltre 18 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria, oltre la metà delle quali sono bambini, (10 milioni), i bisogni sono enormi. Senza un’azione urgente prevediamo che 1 milione di bambini sotto i 5 anni saranno gravemente malnutriti entro la fine del 2021. Ecco perché occorre una situazione di pace, di rispetto dei diritti umani, delle donne e dei bambini e delle bambine nonché di una stabilità duratura. 

Per raggiungere i bambini più difficili da raggiungere, occorre da subito un accesso sicuro e senza ostacoli alle zone critiche, in linea con gli impegni del Core Commitments for Children in Emergencies e i princìpi umanitari. Oppure sarà una catastrofe senza precedenti”, conclude Iacomini.

Così stanno le cose. E a cambiarle non basteranno le chiacchiere.

Un primo banco di prova per la comunità internazionale è fissato per il 13 settembre. Quel giorno, le Nazioni Unite convocheranno una riunione ministeriale a Ginevra, per cercare un rapido aumento dei finanziamenti e affrontare così la crescente crisi in Afghanistan: quasi la metà dei 38 milioni di persone del Paese ha infatti bisogno di assistenza. Caos, tendopoli affollate, rifugiati stipati sugli aerei, bambini separati dai loro genitori e tensioni divampate nei rifugi. E’ quanto emerge da documenti riportati da The New York Times. La conferenza a Ginevra – chiarisce l’Onu – si farà per chiedere “un accesso umanitario completo e senza ostacoli per assicurarsi che gli afghani continuino a ottenere i servizi essenziali di cui hanno bisogno".

Un impegno a cui l’Occidente, e in esso l’Europa, non può venir meno. Chiamarsi fuori o pensare di affrontare una tragedia di queste dimensioni con un finanziamento una tantum, vorrebbe dire perpetrare l’ennesimo tradimento nei confronti di un popolo che non ha colpa: il popolo afghano.