Fuga dall'Afghanistan: la resa dei conti al Congresso americano

La musica è sempre quella. A cambiare è il solista. Da Biden a Blinken. Un fallimento la Guerra in Afghanistan? Niente affatto. In Afghanistan la missione era compiuta. E con successo...

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Umberto De Giovannangeli 14 settembre 2021

La musica è sempre quella. A cambiare è il solista. Da Biden a Blinken. Un fallimento la Guerra in Afghanistan? Il ritiro gestito nel peggiore dei modi? Niente affatto. In Afghanistan la missione era compiuta. E con successo.

Tutto ok. 

Il segretario di Stato, Antony Blinken, difende davanti alla commissione Esteri della Camera Usa il caotico ritiro americano dall'Afghanistan.  Obiettivi raggiunti, restare non avrebbe aiutato il Paese Al-Qaeda è stata "significativamente degradata" dalla guerra Usa in Afghanistan e ha perso la capacità di pianificare e condurre operazioni esterne, dice Blinken, difendendo l'operato dell'amministrazione Biden e ribadendo che era "il momento di terminare la più lunga guerra americana" perché "non c'era alcuna prova che continuarla avrebbe aiutato gli afghani". Senza ritiro sarebbero ripresi gli attacchi alle truppe  

Il presidente Usa Joe Biden ha ereditato l'accordo fatto da Donald Trump, e "se Biden non avesse mantenuto l'impegno del suo predecessore gli attacchi contro le nostre forze e quelle dei nostri alleati sarebbero ripresi", aggiunge.  Da Trump nessun piano per il ritiro, solo una scadenza Nella sua audizione alla Camera, il segretario di stato Usa attacca Donald Trump per la gestione dell'accordo con i talebani, sostenendo che sotto la sua presidenza gli studenti coranici si impossessarono di aree remote, strade ed altre infrastrutture del Paese. "A gennaio 2021 i talebani erano nella posizione militare più forte dagli attacchi dell' 11 settembre" e gli Usa "avevano il contingente più piccolo di truppe", accusa. Blinken poi ricorda che Trump acconsentì al rilascio di 5.000 talebani, comandanti compresi. Da lui e dalla sua amministrazione "abbiamo ereditato una deadline, non un piano per il ritiro".

 

Il segretario di Stato riferisce anche che quando Biden si insediò il programma per i Siv, i visti speciali di immigrazione per gli afghani alleati, era "fondamentalmente in stallo".  Analisi più pessimistiche non prevedevano flop forze Kabul "Anche le analisi più pessimistiche non prevedevano che le forze governative a Kabul sarebbero collassate prima del ritiro di quelle Usa", spiega Blinken. Il governo, assicura, era "intensamente concentrato" sulla sicurezza degli americani e ha "valutato costantemente" la situazione, "considerando multipli scenari", cosa che ha permesso lo "sforzo straordinario" dell'evacuazione, "nelle condizioni più difficili, da parte dei nostri diplomatici, militari e agenti segreti".  Gli Usa sono in contatto con "circa 100 americani" che vogliano lasciare l'Afghanistan, afferma Blinken "La situazione è in continua evoluzione", spiega, "continueremo ad aiutarli e continueremo ad aiutare tutti gli americani che vogliono ancora partire e gli afghani verso i quali abbiamo un impegno speciale".

 

Missione compiuta? Quando?

Alla luce delle considerazioni del capo della diplomazia Usa, acquista ancora più peso politico quanto detto in esclusiva a Globalist da Jody Williams, statunitense, premio Nobel per la Pace 1997 per la Campagna internazionale anti-mine: “Oggi è di moda ‘sparare’ sul presidente Biden. Lo ha fatto, senza sprezzo del ridicolo, anche il suo predecessore alla Casa Bianca, quel Donald Trump che finge di dimenticare che è stata proprio la sua amministrazione a negoziare a Doha con i Talebani la resa e non certo il futuro dell’Afghanistan. Una cosa, però, a Biden vorrei dire. Ed è una osservazione critica che nasce da quanto lui stesso ha affermato nei suoi discorsi televisivi post-ritiro: se eravamo in Afghanistan, come ha detto, per sconfiggere al-Qaeda e cancellare dalla faccia della terra bin Laden, e se, come sostiene il presidente, una volta raggiunti questi due obiettivi  la missione era felicemente compiuta, allora, mi viene da chiedergli, perché siamo rimasti in Afghanistan per altri dieci anni?”.

La favola del talebano “buono”

Ogni giorno che passa i talebani, tornati al potere tra promesse di amnistia e moderazione, mostrano il loro vero volto, del tutto simile a quello degli anni Novanta: violento, spietato, oscurantista. A Kabul hanno appena vietato gli argomenti contrari alla Sharia dai programmi universitari, ma in queste ore è nella valle del Panshir che si consuma la loro vendetta contro la sparuta e inadeguata resistenza, guidata da Ahmad Massoud, figlio del più leggendario 'Leone', che ha cercato di dar loro filo da torcere: secondo la Bbc, i sedicenti studenti del Corano hanno ucciso almeno 20 civili nella valle dopo averne ripreso il controllo la settimana scorsa e issato la bandiera dell'Emirato islamico.

Secondo fonti dell'emittente britannica, i tagliagole del nuovo governo si sono scagliati anche contro un semplice commerciante, Abdul Sami, padre di due bambini. Di fronte all'avanzata dei talebani l'uomo aveva deciso di non fuggire: "Sono solo un povero negoziante e non ho niente a che fare con la guerra", avrebbe detto. Poi però è stato arrestato con l'accusa di aver venduto delle sim card ai combattenti della resistenza e giorni dopo il suo corpo martoriato dalle torture è stato scaricato di fronte a casa sua.

 Ma è sempre con i talebani che bisogna parlare se si vuole aiutare il resto degli afghani a sopravvivere. E' l'amara ma necessaria constatazione fatta anche dal segretario generale dell'Onu Antonio Guterres alla conferenza dei donatori che si è tenuta a Ginevra, con l'obiettivo di raccogliere almeno 600 milioni di dollari da destinare agli aiuti umanitari. A fine giornata il capo del Palazzo di Vetro, che aveva lanciato un appello alla comunità internazionale affinché si dimostrasse solidale con il popolo afghano, si è mostrato più che ottimista: "Abbiamo ricevuto promesse fino a un miliardo di dollari", ha dichiarato in conferenza stampa. La stessa Onu destinerà 20 milioni dal suo fondo d'emergenza per sostenere 11 milioni di afghani (su una popolazione di 38 milioni), mentre gli Stati Uniti hanno annunciato lo stanziamento di quasi 64 milioni. Anche l'Italia, presente in videoconferenza con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ha ribadito "l'impegno a svolgere un ruolo attivo nel sostegno al popolo afghano, anche nella sua veste di presidente del G20", sottolineando che i fondi italiani saranno destinati ad agenzie Onu e ong. L'urgenza rivelata da tutti a Ginevra, da Guterres come da Di Maio, è che "occorre agire ora per prevenire il collasso economico" dell'Afghanistan, "con il rischio - ha messo in guardia il titolare della Farnesina - di nuovi flussi migratori". Dal canto loro, i talebani si sono impegnati nero su bianco, in una lettera consegnata la settimana scorsa a Kabul al vicesegretario generale Onu per gli affari umanitari, Martin Griffiths, a garantire un accesso sicuro agli aiuti internazionali, a proteggere la vita degli operatori umanitari e a non entrare nelle basi delle Nazioni Unite e delle altre organizzazioni. L'ennesima promessa del nuovo corso talebano, da prendere con la cautela ormai d'obbligo.

 

L’istruzione secondo gli Studenti coranici

Un altro tassello si aggiunge al governo dei Talebani in Afghanistan. Il ministro scelto dagli Studenti coranici per l’Istruzione, Abdul Ghani Baradar ha annunciato una revisione dei programmi di studio: saranno “esclusi i temi in contrasto con la Sharia“. I tempi per l’avvio formale del nuovo anno accademico, ha aggiunto, “saranno brevi, ci vorrà una settimana”. 

Tolo News, intanto, fa sapere che si stanno svuotando le università del Paese. Riferisce infatti le parole di un giovane: “Non ci sono né professori né studenti. Vengono solo in pochi, siamo preoccupati per il futuro”. attivo nella società”, ha detto il ministro citato dai media di Doha. Sull’esecutivo talebano arriva anche il commento dell’Alto commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet, che ha espresso preoccupazione per la “mancanza di inclusività del cosiddetto gabinetto di transizione”. Nel corso di un intervento al Consiglio Onu dei diritti umani, riunito in sessione a Ginevra, Bachelet ha precisato che “Di fronte all’aggravarsi della crisi umanitaria ed economica, il Paese è entrato in una nuova e pericolosa fase, con molti afghani profondamente preoccupati per i loro diritti umani, in particolare le donne, le comunità etniche e religiose”. L’Alto commissario si è inoltre detta “profondamente allarmata dall’escalation della crisi umanitaria. Invito tutti gli Stati ad assistere le Nazioni Unite e altri attori nella fornitura di assistenza umanitaria al Paese”. Rivolta ai paesi membri del Consiglio dei diritti umani, Bachelet ha ribadito il suo appello affinché adottino “un’azione coraggiosa e vigorosa, commisurata alla gravità di questa crisi”, istituendo un meccanismo per monitorare l’evoluzione della situazione dei diritti umani in tutto il paese e tenere il Consiglio al corrente degli sviluppi.

L’Unesco, a sua volta, sollecita la comunità internazionale ad adottare misure immediate e urgenti per salvaguardare il diritto all’istruzione in Afghanistan. I dati dell’organizzazione delle Nazioni Unite rilevano che i giovani che frequentano la scuola sono passati in 20 anni da un milione a 10 milioni, gli insegnanti sono aumentati del 58% e il tasso di alfabetizzazione delle ragazze è praticamente raddoppiato passando dal 17 al 30%. Mentre nel 2001 quasi nessuna bambina frequentava la scuola primaria, nel 2018 erano diventate 2,5 milioni. Oggi 4 allievi su 10 della scuola primaria sono ragazze. Per quanto riguarda l’insegnamento superiore la presenza femminile è passata dalle 5mila ragazze del 2001 alle 90mila del 2018. L’organizzazione delle Nazioni Unite ricorda inoltre che il diritto all’istruzione per tutti i cittadini è sancito dalla costituzione del Paese e che l’obbligo è fissato a 9 anni sia i ragazzi sia per le ragazze. “Se le classi miste sono vietate, così come l’insegnamento delle ragazze da parte degli uomini”, precisa l’Unesco, “La quota di donne nell’istruzione superiore, e più in generale delle ragazze nell’istruzione, diminuirà ampiamente, con profonde conseguenze sulla sulla loro vita professionale e civica”.

Alla faccia della solidarietà

“Non accoglieremo nel nostro Paese nessun afgano in fuga, non sotto il mio potere”. Lo ha detto il cancelliere austriaco Sebastian Kurz in un’intervista al quotidiano La Stampa. “Perché è chiaro a tutti che la politica del 2015 sui rifugiati non può essere la soluzione, né per Kabul né per l’Unione europea”, ha aggiunto Kurz.  “Con più di 44mila afgani entrati nel nostro Paese in questi anni, l’Austria ospita già la quarta più grande comunità afgana nel mondo, se consideriamo la distribuzione di migranti per numero di abitanti. Ci sono ben più rifugiati afghani che vivono da noi, rispetto a quanti abbiano preso l’Italia o agli altri Stati Ue. Solo quest’anno, da noi sono arrivati circa 8.000 rifugiati, di cui un quinto da Kabul, attraverso la rotta balcanica tutt’ora aperta. La nostra posizione è realista: l’integrazione degli afgani è molto difficile e richiede un dispendio di energie che non possiamo permetterci”, ha commentato Kurz. 

Secondo il capo del governo austriaco, l’integrazione degli afgani sarebbe difficile “a causa del loro livello di istruzione, per lo più basso e divergente nei valori fondamentali”. “Pensiamo con attenzione a questo dato: più della metà dei giovani afgani che già vive in Austria, per esempio, appoggia la violenza nel caso in cui la propria religione venga oltraggiata. Dunque, quando si dice che non siamo solidali, questo non è vero. Ci stiamo concentrando sul sostegno ai Paesi vicini all’Afghanistan e stanziamo 20 milioni di euro a questo scopo: per fornire protezione e assistenza agli afgani nella regione”, ha spiegato Kurz. 

Il nostro commento: senza vergogna. 

Catastrofe umanitaria

Una situazione estremamente allarmante. Rischiamo la catastrofe umanitaria". Simone Garroni, direttore generale di Azione contro la Fame, non usa mezzi termini per descrivere lo scenario in Afghanistan dopo il ritorno dei talebani al potere. "L’attuale crisi umanitaria e politica sta determinando l’aumento dei prezzi del cibo" spiega a Tgcom24 il numero uno dell'organizzazione umanitaria internazionale specializzata nella lotta contro le cause e le conseguenze della fame. "Gli alimenti necessari non sono, oggi, alla portata di tutti; un terzo della popolazione affronta livelli critici di insicurezza alimentare" sottolinea. Ed esorta  la comunità internazionale a intensificare e a sostenere immediatamente la risposta umanitaria, per facilitare la consegna sicura degli aiuti umanitari e garantire che i servizi essenziali possano essere mantenuti. "I civili afghani hanno bisogno di sostegno, senza indugio. Non devono diventare le vittime delle attuali vicende politiche".

“ La situazione è critica – racconta Garroni - Già prima della presa di Kabul da parte dei talebani, Azione contro la Fame aveva denunciato uno scenario in cui 18 milioni di persone necessitavano di assistenza umanitaria, un numero sei volte superiore a quattro anni fa, di cui 2/3 con grave insicurezza alimentare e un bambino su due gravemente malnutrito e con necessità di cure terapeutiche salvavita. Gli effetti della pandemia, siccità e inondazioni legate ai cambiamenti climatici hanno aggravato ulteriormente la situazione. Fino ai fatti di agosto che hanno reso ancora più critica la situazione creando forte incertezza, aumento degli sfollati interni, sospensione temporanea di molti servizi essenziali, chiusura delle banche, blocco delle importazioni e conseguente aumento dei prezzi". 

Alla domanda finale “Quale scenario prevedete senza un’azione comune e immediata?,  la risposta del direttore generale di Azione contro la Fame è categorica: "Lo dico e lo ripeto: una catastrofe umanitaria".