Libia, il caos armato mina le elezioni: qualcuno lo dica a Di Maio

Ma quale stabilizzazione. In Libia il caos armato e la guerra tra bande politico-militari sono la cifra di un presente che dura da oltre dieci anni e che marchia il futuro del martoriato Paese nordafricano. 

Guerra in Libia

Guerra in Libia

Umberto De Giovannangeli 22 settembre 2021

Altro che elezioni a dicembre. Ma quale stabilizzazione. In Libia il caos armato e la guerra tra bande politico-militari sono la cifra di un presente che dura da oltre dieci anni e che marchia il futuro del martoriato Paese nordafricano. 

Sfiducia

Doveva essere l’esecutivo che avrebbe traghettato la Libia verso nuove elezioni democratiche a dicembre, dopo dieci anni di conflitto sanguinoso e una lotta di potere tra milizie locali sparse per tutto il Paese. Ma oggi il breve e precario processo di pacificazione nel Paese nordafricano, già traballante dopo alcune sporadiche violazioni del cessate il fuoco attorno alla capitale Tripoli, 

rischia di naufragare definitivamente. La Camera dei rappresentanti ha infatti approvato una mozione di sfiducia nei confronti del governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibah. A dare notizia della decisione, appoggiata da 89 rappresentanti sui 113 presenti, è stato il portavoce del Parlamento con sede a Tobruk, Abdullah Bliheg. A spingere per ottenere la sfiducia all’esecutivo di transizione sono stati in particolar modo i deputati vicini al generale della Cirenaica Khalifa Haftar. Oltre ad essere stato accettato inizialmente da tutte le fazioni che compongono il complicato scacchiere libico, nei mesi scorsi il governo Dbeibah si è occupato di riallacciare importanti rapporti internazionali con Paesi strategici, compresa l’Italia, per ottenere il sostegno necessario a favorire il processo democratico e la nuova ricostruzione. Tutto, adesso, rischia di essere vanificato da un’azione di rottura che può di nuovo destabilizzare il Paese e inaugurare una nuova stagione di violenze e lotta armata per la conquista del potere centrale.

Dettando una linea che lascia prevedere uno stallo istituzionale senza dimissioni del premier, il portavoce dell’Alto consiglio di Stato libico, Mohammed Nasser, su Twitter ha respinto come “nulla” la sfiducia: “Il Consiglio supremo dello Stato ha respinto i provvedimenti di revoca della fiducia al Governo di unità nazionale, e li considera nulli perché violano la Dichiarazione costituzionale e l’accordo politico”, ha scritto il portavoce. L’Hsc “considera zero tutto ciò che risulta da queste misure”. L’Hsc è una delle tre istituzioni libiche previste dell’accordo di Skhirat del 2015 e rappresenta una sorta di assemblea senatoriale, contrappeso politico di Tripoli al parlamento insediato a Tobruk e fortemente influenzato da sostenitori di Haftar.

Le parole di Nasser non cancellano però il valore effettivo della mossa dei pro-Haftar. Proprio il generale, l’anima più intransigente tra quelle che detengono il potere nel Paese, aveva accolto in maniera tiepida la nascita del nuovo esecutivo. Lo aveva accettato senza mai esporsi in favore della transizione, dopo il fallimento della sua offensiva su Tripoli per rovesciare l’allora Governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj. 

I miliziani fedeli all’uomo forte della Cirenaica non hanno mai offerto solide garanzie per il mantenimento della pace e il rispetto del cessate il fuoco e hanno fin da subito ricoperto il ruolo dell’elefante nella cristalleria di un esecutivo che si è mosso cercando di mantenere un equilibrio che garantisse il sostegno, o almeno evitasse ogni tipo di scontro, di tutti gli attori in gioco.

Atrocità senza fine

Il nuovo rapporto Onu sulla Libia è un drammatico atto d’accusa che chiama in causa anche l’Italia denunciando le gravissime violazioni dei diritti umani dei migranti che non riescono a lasciare la Libia, raggiunta dopo un penosissimo viaggio attraverso il deserto, e di quelli vengono riportati indietro dalla Guardia Costiera Libica, finanziata e addestrata dal nostro governo (grazie agli accordi stipulati dai ministri degli Interni che si sono succeduti, da Minniti alla Lamorgese passando per Salvini. E “le continue restrizioni all’accesso umanitario e al monitoraggio da parte delle agenzie umanitarie nella Libia occidentale”.  Nessuna pietà neanche per i bambini: “il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia ha riferito che i bambini – scrive il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres nel dossier (Unsmil) citato da Nello Scavo su Avvenire – hanno continuato a essere detenuti arbitrariamente nei centri di detenzione a Tripoli e dintorni, senza accesso alla protezione di base e ai servizi sanitari e senza ricorso all’assistenza legale o al giusto processo, e spesso sono stati detenuti con gli adulti». Quasi non c’è più alcuna distinzione tra uomini in uniforme e trafficanti. «Le donne migranti e rifugiate hanno continuato ad affrontare un rischio elevato di stupro, molestie sessuali e traffico da parte di gruppi armati, contrabbandieri e trafficanti transnazionali, nonché funzionari della Direzione per la lotta all’immigrazione illegale sotto il ministero dell’Interno”.

“Tutto questo – sottolinea Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa – sta avvenendo col sostegno degli Stati membri della Ue e in particolare dell’Italia, che continua vergognosamente ad aiutare la guardia costiera libica a riportare la gente sulle sue coste. La Eltahawy descrive con dovizia di dettagli le orribili condizioni nei centri di detenzione in Libia: “Nell’ultimo periodo abbiamo parlato con oltre 50 migranti, alcuni dei quali anche 14enni, che sono stati riportati in Libia dalla guardia costiera libica e sono stati sottoposti a detenzione arbitraria in condizioni orribili. Migranti e rifugiati ci hanno raccontato di essere regolarmente picchiati, privati del cibo, sottoposti ai lavori forzati e ci hanno spiegato che a loro viene richiesto un riscatto in cambio della libertà. Le donne vengono stuprate dalle guardie oppure costrette ad atti sessuali in cambio di cibo e acqua. Le guardie impediscono loro di usare i bagni per diverse ore e questo succede anche alle donne incinte. Quelle che provano a resistere vengono picchiate”. 

“Queste situazioni si verificano in centri di detenzione che lo Stato ha riservato a soggetti vulnerabili e questa condotta ha, di fatto, legittimato quelli che prima erano casi di sparizione forzate, sostenuti dal governo libico. 

L’Italia sul banco degli imputati

Amnesty International ha raccolto tantissime testimonianze di migranti e di rifugiati che sono stati intercettati dalla guardia costiera libica e costretti a tornare in Libia. Molti ci hanno raccontato il comportamento violento, pericoloso e incauto della Guardia costiera libica che spesso in alto mare ha messo in pericolo la vita dei migranti invece che fornirgli assistenza e salvarli“. E ancora: “Questo comportamento ha causato l’annegamento di diverse persone, nonostante i migranti avessero già avvistato gli aerei della Ue o altre navi che sono venuti meno all’obbligo di assistenza. Come risultato di questa mancanza di soccorso, i migranti sono stati riportati in Libia dove sono stati incarcerati in condizioni orribili, vedendosi negati tanti altri diritti umani e subendo torture, lavori forzati, stupri e altre violenze. Tutto questo – ribadisce la responsabile di Amnesty – accade ormai da oltre 10 anni, grazie anche al supporto della Ue e dei suoi Stati membri. Amnesty International chiede con forza alla Ue di sospendere immediatamente la cooperazione col governo libico per quanto riguarda l’immigrazione e il controllo delle frontiere. Solo in questo modo la vita umana avrà più valore rispetto alla politica”.

Sul Financial Times, il corrispondente dal Nordafrica Neil Munshi, a dieci anni di distanza dalla caduta di Gheddafi, un dittatore che per 42 anni guidò un regime corrotto, che violava sistematicamente i diritti umani, elenca le conseguenze di quella scelta politica che si fanno ancora sentire ben oltre i confini della Libia: “nelle morti dei migranti a bordo di piccole imbarcazioni nel Mediterraneo; nei campi di schiavitù e nei centri di prostituzione sulla terraferma; nell’instabilità diffusa nel Sahel dove sono morte migliaia di persone e altre milioni sono state costrette ad abbandonare le proprie case, e dove la Francia è rimasta impantanata in quella che alcuni considerano la sua guerra ’permanente’, “La Libia – scrive Munshi – è diventata un ventre molle, un punto vulnerabile per tutti i paesi confinanti”, afferma Mathias Hounkpe, capo dell’ufficio Mali della Open society initiative for West Africa. “Mali, Niger, Ciad: tutti questi paesi stanno avendo problemi perché la Libia non è stabile… La scomparsa di Gheddafi ha avuto conseguenze devastanti in Libia. Il paese è stato travolto da violenze e caos fin dalle elezioni contestate del 2014, dopo le quali fazioni rivali hanno diviso il paese in feudi, mentre gruppi armati, bande criminali e trafficanti di esseri umani hanno approfittato in tutti i modi della debolezza dello stato. Nel marzo di quest’anno ha prestato giuramento un governo unitario, il frutto di un processo sostenuto dalle Nazioni Unite per porre fine a una guerra civile che aveva attirato sulla Libia militari delle potenze regionali e mercenari che sono sempre più richiesti provenienti da paesi come Ciad, Russia, Siria e Sudan. La nuova amministrazione dovrebbe guidare il paese fino a dicembre, quando sono previste le elezioni…”.

Dieci anni di caos armato

Vale oggi quanto raccontato da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, in occasione dei dieci anni della “Rivoluzione del 17 febbraio”, che segnò la fine dell’era Gheddafi.

Dieci anni e sette mesi dopo, “in Libia  - rimarca Noury - la giustizia per le vittime di crimini di guerra e di gravi violazioni dei diritti umani - come omicidi illegali, sparizioni forzate, torture, sfollamenti forzati e sequestri di persona commessi da milizie e gruppi armati – si fa ancora attendere. Il motivo è semplice: omaggiandole sin dal 2012 con una legge che concesse piena immunità per le azioni commesse al fine di “proteggere la Rivoluzione del 17 febbraio”, le varie autorità libiche hanno promosso e legittimato capi delle milizie responsabili di feroci violazioni dei diritti umani, mettendoli a libro-paga e integrandoli nelle istituzioni-chiave dello Stato, come i ministeri della Difesa e dell’Interno, o conferendo loro incarichi ad hoc. Alcune biografie di capi delle milizie sono inquietanti tanto quanto la loro ascesa al potere. Nel gennaio 2021 il Consiglio di presidenza del Governo di accordo nazionale di Tripoli ha nominato Abdel Ghani al-Kikli (noto come “Gheniwa”), capo della milizia “Forza di sicurezza centrale di Abu Salim”, a capo di un nuovo organismo chiamato “Autorità di sostegno alla stabilità”, con riporto diretto alla presidenza. “Gheniwa” è uno dei più potenti capi delle milizie tripoline costituitesi dopo il 2011 in uno dei più popolosi quartieri della capitale, Abu Salim. Nel suo nuovo incarico, “Gheniwa” e la sua agenzia avranno ampi per quanto vaghi poteri, compresi quelli dell’applicazione della legge, come ad esempio arrestare persone per motivi di “sicurezza nazionale”. Tutto questo nonostante negli ultimi 10 anni Amnesty International abbia documentato crimini di guerra e altre gravi violazioni dei diritti umani ad opera di gruppi sottoposti al suo comando. Nel 2013 e nel 2014 le ricerche di Amnesty hanno scoperto che persone detenute dalle forze di sicurezza controllate da “Gheniwa” erano state sottoposte a sequestri e torture a volte con esiti mortali. La Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) è arrivata a simili conclusioni, comprese quelle relative alle morti in custodia sotto tortura, mentre il Panel di esperti sulla Libia ha denunciato attacchi contro i civili da parte delle forze di “Gheniwa”. Il Governo di accordo nazionale aveva fornito già dal 2016 legittimazione e stipendi alle milizie di “Gheniwa”, integrando suoi uomini nel ministero dell’Interno e così favorendo ulteriormente omicidi illegali, sequestri di persona e torture, tra cui la violenza sessuale contro le detenute.

“Gheniwa” e le sue forze di Abu Salim non solo gli unici a essere stati ricompensati nonostante le gravi violazioni dei diritti umani a loro carico. Nel gennaio 2021 Haitham al-Tajouri, capo della milizia “Brigata dei rivoluzionari di Tripoli”, è stato nominato vice di “Gheniwa” nonostante fosse stato coinvolto in detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate e torture. Sempre a Tripoli e sempre su decisione del Governo di accordo nazionale, le “Forze speciali di deterrenza” (note come “al-Radaa”), sotto il comando di Abdel Raouf Kara, sono state integrate nel ministero dell’Interno nel 2018 e trasferite sotto il Consiglio di presidenza nel settembre 2020.

Amnesty International e altri organismi, tra cui le Nazioni Unite, hanno documentato il coinvolgimento di “al-Radaa” in sequestri di persona, sparizioni forzate, torture, uccisioni illegali, lavori forzati, attacchi alla libertà d’espressione e persecuzione ai danni di donne e di esponenti della comunità Lgbtq+. Nel settembre 2020, il Governo di accordo nazionale ha anche promosso Emad al-Trabulsi, capo della milizia “Sicurezza pubblica”, a vicedirettore dell’intelligence nonostante il coinvolgimento di questa milizia in violazioni dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati, tra cui sparizioni forzate. I vari governi libici non hanno portato di fronte alla giustizia gli appartenenti alle milizie di Misurata, responsabili di crimini di guerra tra cui attacchi contro la popolazione civile, come quello contro la città di Tawarga nel 2011 che causò lo sfollamento forzato di circa 40.000 persone. Le milizie di Misurata hanno sottoposto gli abitanti ad arresti arbitrari di massa, uccisioni illegali, torture con esiti a volte mortali e sparizioni forzate.

Le Forze armate arabe libiche, un gruppo armato che controlla buona parte della Libia centrale e orientale, non hanno arrestato il capo miliziano Mahmoud al-Werfalli, ricercato dal Tribunale penale internazionale per l’omicidio di 33 persone, promuovendolo invece a luogotenente della “Brigata Saiqa”. Varie altre persone, contro le quali lo stesso Tribunale aveva spiccato un mandato di cattura per presunti crimini contro l’umanità o sottoposti a sanzioni da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per il loro ruolo nel traffico di esseri umani, rimangono al riparo dalla giustizia e hanno persino preso parte al conflitto armato, dalla parte del Governo di accordo nazionale o delle Forze armate arabe libiche.

Queste ultime continuano a proteggere i capi della “Nona brigata (nota come “Forze al-Kaniat”) coinvolta in omicidi di massa, del disfacimento di cadaveri in fosse comuni, di torture e di sequestri di persona nella città di Tarhuna. Contribuiscono ad evitare l’accertamento delle responsabilità anche ulteriori parti. L’Egitto, ad esempio, ha continuato a proteggere Khalid al-Tuhamy, capo della sicurezza ai tempi di Gheddafi e ricercato dal Tribunale penale internazionale, fino alla sua morte avvenuta alcune settimane fa.

Il 6 febbraio i negoziati guidati dalle Nazioni Unite hanno portato all’annuncio di un nuovo governo di unità nazionale, col compito di organizzare le elezioni nazionali nel corso dell’anno. Ma se di questo nuovo governo entreranno a far parte i capi delle milizie, il futuro della Libia continuerà a essere nero”, conclude Noury.

Questa è la realtà. Il resto è una narrazione salvifica, quanto tarocca,  che tanto attrae il nostro ministro degli Esteri.